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Ci sono artisti che cambiano il modo di dipingere. E poi ci sono artisti che cambiano il modo di guardare. Mark Rothko appartiene alla seconda categoria. Le sue tele, apparentemente semplici, continuano a generare una domanda che attraversa generazioni di visitatori: come può un rettangolo di colore suscitare emozioni così profonde?
La grande mostra che Palazzo Strozzi dedica all’artista americano prova a rispondere proprio a questa domanda. E lo fa scegliendo una strada diversa da quella delle classiche retrospettive. Non si limita a raccontare la carriera di Rothko, ma ricostruisce il legame speciale che unisce il maestro dell’astrazione a Firenze, una città che ha contribuito in modo sorprendente alla sua visione artistica.
Per chi non l’avesse ancora visitata, c’è ancora poco tempo per godersi la mostra, aperta fino al 23 agosto 2026. E, considerando la qualità del progetto e la sua unicità nel panorama italiano, sarebbe un peccato lasciarsela sfuggire.
In 10 secondi
• Palazzo Strozzi ospita la più grande mostra italiana mai dedicata a Mark Rothko.
• L’esposizione ripercorre tutta la sua carriera, dalle opere figurative ai celebri campi di colore.
• Il progetto mette al centro il rapporto tra Rothko e Firenze.
• Fra Angelico e la Biblioteca Medicea Laurenziana influenzarono profondamente la sua ricerca.
• La mostra si estende anche al Museo di San Marco e alla Biblioteca Laurenziana.
• Più che una retrospettiva, è una riflessione sul dialogo tra Rinascimento e arte contemporanea.
Il pittore che voleva rappresentare le emozioni, non le cose
Quando si parla di Rothko, il rischio è sempre lo stesso: fermarsi alla superficie. Le sue opere più celebri sembrano ridursi a grandi campiture di colore sovrapposte. Rosso, nero, arancione, giallo. Pochi elementi, nessuna figura riconoscibile, nessuna storia evidente.
Eppure sarebbe un errore considerarle semplici esercizi estetici.
Nato nel 1903 nell’allora Impero Russo e trasferitosi negli Stati Uniti da bambino per sfuggire alle persecuzioni antisemite, Rothko dedicò la propria vita a una ricerca radicale: trovare un linguaggio capace di esprimere le emozioni fondamentali dell’essere umano. Tragedia, estasi, paura, speranza. Per lui la pittura non doveva descrivere il mondo ma creare un’esperienza diretta tra opera e spettatore.
La celebre frase in cui dichiarava di essere interessato esclusivamente alle emozioni umane fondamentali aiuta a comprendere la sua produzione molto più di qualsiasi definizione accademica. I suoi quadri non chiedono di essere interpretati. Chiedono di essere vissuti.
Perché Firenze è la vera protagonista nascosta della mostra
La tesi più interessante dell’esposizione non riguarda soltanto Rothko. Riguarda Firenze.
Nel 1950 l’artista visitò l’Italia insieme alla moglie Mell. Durante quel viaggio rimase profondamente colpito da due luoghi che ancora oggi rappresentano tappe fondamentali per comprendere il suo lavoro: il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana.
Nel primo scoprì gli affreschi di Fra Angelico, pittore che utilizzava il colore come strumento di elevazione spirituale. Nel secondo trovò uno spazio architettonico capace di generare una sensazione quasi fisica di tensione e raccoglimento. Anni dopo, proprio quell’esperienza avrebbe contribuito alla nascita dei celebri Seagram Murals, una delle serie più importanti della sua carriera.
È qui che la mostra trova il suo vero valore culturale. Non racconta soltanto l’influenza che Firenze ha esercitato su Rothko. Mostra come due artisti separati da cinque secoli possano condividere la stessa ambizione: utilizzare l’arte per evocare qualcosa che va oltre la rappresentazione.

Quando una mostra supera le proprie pareti
Uno dei limiti di molte grandi esposizioni contemporanee è la loro natura autoreferenziale. Entri, osservi le opere, esci. Fine dell’esperienza.
Il progetto di Palazzo Strozzi evita questa trappola trasformando l’intera città in parte integrante della narrazione. Accanto alle sale principali, il percorso coinvolge infatti il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana, permettendo ai visitatori di confrontare direttamente le fonti che hanno influenzato l’artista.
È una scelta curatoriale intelligente perché restituisce profondità storica all’esperienza. Invece di limitarsi ad ammirare Rothko, il pubblico può osservare il dialogo invisibile che lega la sua opera alla tradizione artistica italiana.
Una lezione che va oltre Rothko
Nel mondo degli eventi culturali esiste una tentazione sempre più diffusa: puntare sulla quantità. Più opere, più prestiti internazionali, più numeri da comunicato stampa.
La mostra fiorentina segue invece una logica differente. Punta sulla relazione.
Non cerca di impressionare soltanto attraverso l’importanza delle opere esposte, ma attraverso il significato che queste assumono nel luogo in cui vengono presentate. È una differenza sottile ma decisiva. Perché trasforma una visita in una scoperta.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui il progetto riesce a distinguersi nel panorama delle grandi esposizioni europee del 2026.
Le domande che contano
Chi era Mark Rothko?
Uno dei più importanti artisti del Novecento e figura centrale della colour field painting, corrente caratterizzata dall’uso di grandi superfici cromatiche.
Perché Firenze è così importante nella sua storia?
Perché il contatto con Fra Angelico e con la Biblioteca Laurenziana influenzò profondamente la sua concezione dello spazio e della spiritualità nell’arte.
È una mostra adatta anche a chi non conosce l’arte contemporanea?
Sì. Il percorso cronologico e il dialogo con i luoghi fiorentini rendono l’esposizione accessibile anche ai non specialisti.
Cosa rende unici i dipinti di Rothko?
La capacità di trasformare il colore in esperienza emotiva, senza ricorrere a figure o narrazioni riconoscibili.
Vale la pena visitarla anche se si è già visto Rothko altrove?
Assolutamente sì. Il legame costruito con Firenze offre una chiave interpretativa rara e difficilmente replicabile in altre sedi.
Per anni abbiamo raccontato Firenze come la città del passato. La mostra dedicata a Rothko suggerisce invece qualcosa di diverso: i grandi luoghi della cultura non conservano soltanto la memoria, continuano a generare significati nuovi.
Osservando queste tele monumentali accanto ai riferimenti che le hanno ispirate, si comprende come l’arte non proceda mai per compartimenti stagni. Il Rinascimento dialoga con l’America del Novecento. Fra Angelico incontra Rothko. La spiritualità incontra l’astrazione.
E il visitatore, nel mezzo, scopre che a volte un semplice rettangolo di colore può raccontare molto più di un’intera scena.
Parola di Eufemia.
Lo spirituale nell’arte











