di GIOVANNI CERUTTI
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Capita che una tecnologia smetta di essere semplicemente utile. Capita che cominci a comportarsi quasi come un essere vivente, e che decida – eh già – di rivendicare la propria indispensabilità.
Non è né l’incipit di un romanzo di Asimov né parte dello storytelling di Proxima Fusion: è WhatsApp. Che da qualche mese sembra aver preso una decisione di carattere: parlarci.
Cosa vuole dirci?
Ha iniziato con discrezione: un messaggino, poi un altro, sempre firmati “WhatsApp”, analoghi a piccoli post-it lasciati sulla scrivania tra una riunione e un caffè: “Pianifica la tua prossima chiamata 📅”, “Controlla chi può vedere il tuo Stato”, “Applica il livello di riservatezza che desideri alla tua sezione Info”, eccetera.
L’ultimo è di oggi – sabato 25 novembre 2025- ricevuto alle 06:21 italiane.
È l’ottavo in cinque mesi e, come tutti i precedenti, proprio “messaggini” non sono.
Sono segnali di presenza. Sono azioni di presidio. Sono dichiarazioni di identità.
E allora la domanda viene naturale: che cosa sta succedendo?
Succede che WhatsApp sta mettendo a terra la sua narrazione – forse nuova, forse solo più esplicita – e ridisegnando il confine tra comunicazione personale e comunicazione di marca.
Sta uscendo dalla cassetta degli attrezzi per diventare qualcosa di più grande: un ecosistema relazionale, e sarà il caso che a nostra volta ci attrezziamo per comprenderne le vere potenzialità a tendere.
Cose da considerare
È un’infrastruttura
WhatsApp è già un’infrastruttura di comunicazione, e la storia delle chiamate programmate, dell’app per iPad, della sicurezza avanzata nei gruppi… non è un elenco di feature: è un messaggio e nemmeno troppo implicito.
WhatsApp ci sta dicendo: “Qui dentro non solo si chatta. Qui dentro si decide.”

Se hai usato la funzione “sondaggio” lo hai percepito: una feature per molti ornamentale che in realtà cambia lo status della chat: da flusso informale a luogo operativo.
Intanto irrompe nella competizione delle videochiamate con uno stile per lo meno affascinante, mentre Teams, Zoom e Meet mantengono quella formale ingessatura da sala riunioni, per ora.
WhatsApp per di più, da dentro le nostre tasche, lungo i tragitti in metro, nell’attesa del caffè, pervade l’intimità del nostro smartphone.

L’effetto per i brand
Qui le cose si complicano, perché se WhatsApp entra nella sfera privata, anche i brand ci entrano con lui.
La comunicazione esce dai feed – quelli patinati, ordinati, ottimizzati – e si addentra in un territorio dove contano tono, tempestività e coerenza. Non solo i click.
Eppure, molti continuano a usarlo come un cacciavite: utile, immediato, tattico.
Sparano notifiche, aggiornamenti di assistenza, informazioni pratiche… dimenticando che quei messaggi arrivano tra l’aggiornamento del gruppo degli amici, l’avviso del corriere in ritardo, il bussare del cliente impaziente.
Facci caso: la conversazione e la fiducia scorrono insieme, con quella naturalezza – e quel credito a priori – che appartiene agli strumenti diventati abitudini.
Tendiamo a dar più peso ad una notifica di WhatsApp rispetto a ricevere il medesimo contenuto nella posta elettronica, no?
Si possono costruire campagne eccellenti anche su WhatsApp – certo – ma solo se prima si progetta la journey conversazionale, dove il flusso vale più del messaggio e la coerenza più del volume.
Bisogna decidere con chi parlare, quando parlare, cosa raccontare e soprattutto quando smettere. E non basta misurare la performance: bisogna analizzare la qualità semantica, e verso la semiotica, delle conversazioni.
CWM, l’acronimo di oggi
Le funzioni introdotte nel 2025 mostrano che WhatsApp non è più un contenitore di chat, ma un motore di flussi (n.d.a. “sarebbe meglio”) alimentato da un Communication Workflow Management efficiente.
La logica del CRM era semplice: “Ti mando quello che devo dirti.”
La logica del CWM è più impegnativa: “Mantengo viva una relazione.”
È la differenza tra distribuire un giornale e dirigere una comunità.
E proprio come può fare un quotidiano autorevole, WhatsApp può dare una grande mano a costruire la nostra reputazione – in quanto individui, brand e imprese – ma può anche demolirla con un solo messaggio inopportuno.
Insight (si fa per dire)
Bisogna capirla bene, questa piattaforma. Non perché sia complicata, ma perché è diventata uno spazio delicatissimo: abitato, intimo, sempre acceso.
Perché — chissà — potrebbe diventare proprio il punto di convergenza di tutti i nostri recapiti immateriali, numeri di telefono compresi.
Potrebbe diventare il punto di atterraggio di quella traiettoria che Nicholas Negroponte aveva abbozzato nel ’95 scrivendo (in Being Digital) che nell’era post-informazionale il concetto di indirizzo assume un nuovo significato: non più un luogo fisico, ma un’identità virtuale, simile a un numero di previdenza sociale più che a una coordinata geografica. Ci ritorneremo, presto.
Tornando a noi, per orientarsi servono due cose semplici: visione e mestiere, e allora abbiamo chiesto un punto di vista esterno a chi vive queste dinamiche ogni giorno.
Giorgio Pagliara, CEO di Spoki, ci ha restituito parecchio materiale su cui ragionare, fra cui tre riflessioni che non parlano di funzioni, ma di atteggiamento: di come sta cambiando la natura stessa della relazione digitale.
Vale la pena condividerle, sintetizzandole e virgolettandole, perché gettano luce sul quadro ben più di quanto ci aspettassimo.

“La centralizzazione conversazionale è già iniziata.”
«WhatsApp è la WeChat occidentale. La centralizzazione conversazionale non è qualcosa a cui prepararci: sta già accadendo.»
I CRM tradizionali arrancano, i social diventano vetrine, le relazioni migrano nelle chat.
Succede a noi, succede a te, ogni giorno. Questo sposta l’asse della comunicazione: non più titoli, ma continuità; meno campagne, più presenza.
“Efficienza ed empatia non sono più opposti.”
«L’automazione disumanizza quando impone binari rigidi. Ma se amplifica l’ascolto, diventa potenza relazionale. Efficienza perché empatia. Empatia su scala grazie all’efficienza.»
La tecnologia non ruba calore: lo organizza. E quando l’ascolto è progettato bene, l’utente non percepisce automatismi — percepisce attenzione.
Non è l’AI a raffreddare la relazione: è il modo in cui la si usa.
“L’AI sarà il grande abilitatore di umanità.”
«Il paradosso è questo: sarà proprio l’AI a renderci più umani nelle relazioni commerciali. Possiamo scalare l’intimità del negozio di quartiere e costruire dialoghi unici su larga scala.»
Il punto è semplice ma rivoluzionario: non più segmenti, ma conversazioni. Non più cluster, ma memoria, contesto, continuità.
E qui si capisce quanto la maturità conversazionale diventerà vantaggio competitivo.
Prima di chiudere
Fai una cosa: apri WhatsApp e guarda le tue chat. Chiediti, con tranquillità, quante sono davvero relazioni e quante solo contatti utili.
Emergerà come comunichi, tu, e cosa ti torna davvero, dagli altri: non nei post, non nelle campagne vogliamo dire, ma in quel preciso ambiente dove la comunicazione è tutta sullo stesso strato.
La prossima volta parleremo di questo: come comunicare senza invadere, come restare presenti senza risultare pesanti, e come usare WhatsApp per il linguaggio che è diventato.
Alla prossima, con qualcosa di più pragmatico.
Parola di Eufemia.
Marshall McLuhan – Understanding Media. Gli strumenti del comunicare
Per comprendere perché ogni medium, prima o poi, comincia a parlare di sé — e a trasformarci.











