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A Venezia siamo abituati a entrare nei musei per vedere. Marina Abramović, invece, sembra volerci chiedere qualcosa di più difficile: restare.
Mancano ormai meno di due mesi alla chiusura di Transforming Energy, la grande mostra che le Gallerie dell’Accademia dedicano all’artista in occasione della 61ª Biennale Arte. Aperta fino al 18 ottobre 2026, è la prima grande esposizione dedicata a un’artista donna vivente nella storia dell’istituzione e occupa non soltanto gli spazi temporanei, ma anche le sale della collezione permanente: una scelta inedita per il museo.
È quindi uno di quei casi in cui il calendario diventa parte dell’esperienza: se siete a Venezia nelle prossime settimane, questa non è una mostra da rimandare a “quando torno”.
In 10 secondi
• Transforming Energy porta Marina Abramović dentro uno dei luoghi simbolo della storia dell’arte veneziana.
• Il confronto più potente è quello tra Abramović e Tiziano, attraverso due Pietà separate da circa quattro secoli e mezzo.
• Il pubblico non è soltanto spettatore: alcune opere chiedono di sedersi, sdraiarsi, fermarsi, attraversare, partecipare.
• La mostra mette in relazione corpo, energia, vulnerabilità e spiritualità.
• Il suo vero tema, forse, non è l’energia: è l’attenzione.
• È visitabile fino al 18 ottobre 2026 alle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
Una mostra che occupa un museo, non semplicemente delle sale
La prima cosa da capire è che Transforming Energy non è una personale contemporanea inserita in un museo storico come un corpo estraneo.
È costruita dentro il museo. Le opere di Abramović entrano in dialogo con i capolavori rinascimentali delle Gallerie dell’Accademia, trasformando il percorso stesso in una specie di confronto tra due modi lontanissimi — eppure sorprendentemente vicini — di parlare dell’essere umano.
Da una parte ci sono Tiziano, il Rinascimento, la materia, la pittura, la rappresentazione del sacro. Dall’altra Abramović, la performance, il corpo reale, la resistenza, il silenzio, il tempo.
La mostra nasce proprio da questa tensione: passato e presente, materiale e immateriale, corpo e spirito. Ed è probabilmente qui che Venezia smette di essere semplice sfondo.
Il momento in cui Tiziano incontra Abramović
C’è un’immagine che riassume quasi da sola il senso dell’esposizione.
La Pietà di Tiziano, realizzata intorno al 1575-76 e rimasta incompiuta alla morte dell’artista, viene messa in dialogo con Pietà (with Ulay) di Abramović del 1983. Non è soltanto un accostamento spettacolare. È una domanda sul corpo. Tiziano racconta attraverso la pittura il dolore, la morte, la trascendenza. Abramović porta quegli stessi temi dentro un corpo reale, esposto, vulnerabile, attraversato dal tempo.
A circa 450 anni di distanza, la sofferenza torna quindi a essere un linguaggio contemporaneo. E qui Transforming Energy trova uno dei suoi punti più intelligenti: non cerca di dimostrare che l’arte contemporanea abbia superato quella antica. Le mette una davanti all’altra e lascia che sia il visitatore a misurare la distanza.
È una differenza importante. Un evento culturale diventa davvero interessante quando non usa il patrimonio come scenografia, ma lo costringe a parlare con qualcosa che non gli somiglia.

Il visitatore diventa parte dell’opera
È il passaggio che rende Transforming Energy qualcosa di più di una mostra da fotografare.Abramović porta nelle sale i suoi “Transitory Objects”: letti, strutture in pietra e oggetti attraversati da quarzi, ametiste e altri elementi naturali. Il pubblico è invitato a interagire fisicamente con queste opere, sdraiandosi, sedendosi o semplicemente fermandosi.
L’idea è quella della “trasmissione di energia”, ma sarebbe riduttivo fermarsi al lato quasi rituale della faccenda. Perché la vera materia utilizzata dalla mostra è un’altra: il tempo.
In un museo contemporaneo siamo abituati a muoverci velocemente. Guardare, leggere, fotografare, passare alla sala successiva. Abramović introduce invece un’altra grammatica: non consumare l’opera, ma sostare davanti all’opera.
È un’operazione che alcuni hanno letto proprio come una forma di resistenza alla velocità contemporanea. Transforming Energy funziona soprattutto quando obbliga il visitatore a rallentare, restituendo tempo e presenza all’esperienza artistica. E forse è questo il vero evento. Non ciò che accade davanti a noi, ma ciò che cambia nel modo in cui noi stiamo davanti a ciò che accade.
Dal museo al rituale: il corpo come dispositivo culturale
Qui emerge anche il lato più caratteristico di Abramović. Da decenni la sua ricerca utilizza il corpo come strumento, limite e linguaggio. Resistenza, dolore, silenzio, nudità, immobilità: elementi che nella vita quotidiana tendiamo a evitare diventano invece materiali dell’opera. Transforming Energyporta questa ricerca dentro un’istituzione che, per tradizione, ci ha insegnato soprattutto a guardare gli oggetti. Abramović cambia la relazione.
Il corpo del visitatore non è più soltanto quello che trasporta gli occhi da una tela all’altra. Diventa una parte dell’esperienza. È una trasformazione particolarmente interessante anche dal punto di vista degli eventi culturali: non basta più progettare ciò che il pubblico deve vedere; si progetta ciò che il pubblico deve fare, sentire e ricordare. Ma c’è una condizione. L’esperienza non può essere soltanto spettacolare. Deve avere un motivo.
Il rischio dell’evento che diventa selfie
Ed è qui che la mostra pone anche una domanda meno comoda. Marina Abramović è ormai un’icona culturale. Alcune sue performance sono diventate immagini immediatamente riconoscibili anche per chi non frequenta abitualmente l’arte contemporanea. Il rischio, dunque, è evidente: quanto rimane dell’opera quando l’artista è diventata più famosa dell’esperienza che propone?
È una questione affrontata anche dalla critica che ha accompagnato l’apertura della mostra. Domusha individuato proprio nella tensione tra l’artista-icona e la necessità di restituire tempo, corpo e ascolto all’opera uno dei nodi centrali di Transforming Energy. Ed è probabilmente per questo che la mostra funziona meglio quando smette di essere “la mostra di Marina Abramović” e diventa un’esperienza sulla presenza. Non devi necessariamente sapere tutto di Abramović prima di entrare.
Devi essere disposto a stare lì.
Venezia, ancora una volta, fa la sua parte
C’è poi un altro livello. Sarebbe difficile immaginare Transforming Energy in un museo qualsiasi.
Venezia è una città costruita sulla relazione fra materia e trasformazione: vetro, mosaici, pietre, acqua, metalli, luce. Abramović lavora con quarzo, ametista e altri elementi naturali, creando un’eco con la tradizione veneziana dei materiali preziosi e con l’idea rinascimentale della trasformazione, materiale e metafisica.
La città non fa quindi semplicemente da cornice.
C’è un motivo per cui vale la pena segnarsi una data: 18 ottobre 2026. Fino ad allora TransformingEnergy rimane alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, nel cuore di una città che ha fatto della relazione tra passato e presente una delle proprie specialità. Ma più che una mostra da aggiungere alla lista delle cose da vedere durante una giornata veneziana, quella di Abramović è un’esperienza da affrontare con un po’ di tempo a disposizione. Perché la sua scommessa è quasi controintuitiva.
In una città affollata di immagini, chiede di guardare meno e stare di più. E in un’epoca in cui ogni evento sembra voler lasciare una fotografia da condividere, Abramović prova a lasciare qualcosa di molto meno fotografabile: una sensazione fisica del tempo trascorso dentro un’opera.
Se siete a Venezia nelle prossime settimane, insomma, non aspettate ottobre per decidere se andarci.
Parola di Eufemia.











