di GIOVANNI CERUTTI
Scimmiottare paga?
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Galeotto fu un podcast.
L’ascolto di un podcast di Cecilia Sala — dedicato, per le nostre orecchie, alle logiche comunicative che il governatore della California Gavin Newsom sta mettendo in atto — ci ha spinti a scrivere questo pezzo.
Perché, al di là delle riflessioni politiche che la giornalista stimola, ci ha colpito il suo soffermarsi su un dettaglio in apparenza marginale: l’uso del maiuscolo, dapprima da parte del presidente degli Stati Uniti e poi, per ragioni che Sala spiega bene, dal democratico cinquantasettenne.
Un dettaglio grafico che diventa mood comunicativo, una scelta che si trasforma in strategia, e che dilaga — non sempre bene — nei contenuti che scorrono soprattutto sui device a batteria.
La strategia di Newsom.
La strategia di Newsom è chiara: prendere Donald Trump di petto senza fargli la morale, senza indignazione, ma trasformando la sua comunicazione in caricatura. Puntando — supponiamo — a minare la tenuta nervosa del presidente e, ancor più, a frustrare quella della sua squadra di comunicatori.
Sala racconta bene come il governatore replichi anche i gadget: se Trump vende ennemila cappellini MAGA e Bibbie autografate, lui rilancia con merchandising altrettanto sopra le righe; se Trump si autoritrae in versioni epiche generate dall’intelligenza artificiale, Newsom risponde con un sorriso sfrontato.

L’uso massivo del maiuscolo.
Ma torniamo al nocciolo della questione: l’uso massivo del maiuscolo. Trump ha codificato la grammatica dell’urlo: caps-lock continuo, punti esclamativi a raffica, eccesso come cifra stilistica. È la calligrafia di un potere che non vuole spiegare, ma farsi notare. Funziona: semplice, brutale, riconoscibile. Lo vediamo persino in certi messaggi WhatsApp, ma questa è un’altra storia.
Newsom ha scelto di scimmiottare anche quella grammatica, ribaltando la caricatura sul caricaturista. Strategia rischiosa: l’imitazione può ridurti a copia. Ma se ben dosata — e questo immaginiamo sia il suo intento — può rivelare l’assurdo che, secondo lui, l’originale nasconde.

Lo scopo di Trump.
La differenza sta tutta qui: Trump urla per occupare spazio, Newsom replica con arabeschi, infilando tra le righe un tono più colto, persino ironico. In altre parole, dentro il maiuscolo cerca di insinuare qualche parola in corsivo. È la sua scommessa: usare l’alfabeto dell’avversario senza perdere profondità.

Urla italiane.
E qui lo sguardo si sposta inevitabilmente in Italia. Da noi il maiuscolo è pane quotidiano: slogan urlati, parole d’ordine svuotate di sostanza, retorica ridotta a hashtag. Abbiamo comunicatori — al servizio della politica e delle imprese umane — convinti che la forza del messaggio stia nel volume, non nel contenuto.
Si urlano claim cacofonici senza mai aggiungere una nota in corsivo, senza concedere al lettore uno spazio di pensiero. È il maiuscolo come unica grammatica possibile?
Per chi fa comunicazione la lezione è chiara: copiare lo stile del rivale può funzionare solo se ci si ricorda di aggiungere qualcosa di proprio. La forma senza sostanza resta rumore.

Esperimento veloce.
La vera differenza non la fa l’urlo, ma quelle parole in corsivo capaci di restare quando il maiuscolo svanisce. Un po’ come accade abbassando gradualmente il volume della voce: chi vi ascolta, guarda un po’, si avvicina.
Parola di Eufemia.
George Lakoff – Non pensare all’elefante!
Per capire come le metafore e le scelte linguistiche plasmino la comunicazione politica.
Podcast Cecilia Sala, Stories puntata 815 – Chora Media / Il Post











