di GIOVANNI CERUTTI
L’antidoto contro i messaggi boomerang.
Come evitare che la comunicazione ci si ritorca contro.
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Metaforizzando, ma non troppo.
Il tendone è gremito. Gli spettatori attendono il numero centrale. Il domatore entra, il leone lo segue mansueto, ma prima che inizi lo spettacolo accade l’irreparabile: il leone si ricorda di essere una belva e addio spettatori.
Nella comunicazione succede più spesso di quanto pensiamo. Un team creativo, immerso nella propria bolla, costruisce un messaggio perfetto per sé stesso dimenticando che là fuori c’è un pubblico reale, con sensibilità, codici e fragilità proprie.
Basta un’intonazione sbagliata, una metafora fuori luogo, un hashtag mal calibrato, e lo show si trasforma in un attacco e addio audience.

L’utilità di questo strumento.
Ed è qui che entra in scena il pre mortem di Gary Klein, classe ‘44, psicologo newyorkese padre (o per lo meno zio) del processo decisionale naturalistico.
Klein preferiva osservare i pompieri negli incendi reali o gli ufficiali sotto pressione piuttosto che studenti in laboratorio.
È lì che colse l’essenza del decidere: riconoscere schemi già visti, cogliere segnali minimi, affidarsi all’intuizione temprata dall’esperienza.
Da quella visione nacque il modello RPD (Recognition-Primed Decision) che convinse persino i Marines a cambiare addestramento: meno formule, più capacità di leggere il caos del reale.
Da quello stesso approccio è nato anche il pre mortem: immaginare il fallimento prima che accada, per schivare le trappole nascoste.

Come metterlo alla prova.
Mettere in pratica il metodo pre mortem è semplice.
Prima di un’attività di comunicazione, raduniamo la squadra, immaginiamo che sia passato un anno dal lancio uscita e che il risultato sia stato un disastro e – in dieci minuti di orologio – scriviamo cos’è successo, tutti ma proprio tutti.
A quel punto, i dubbi soffocati per lealtà, fretta o eccesso di confidenza, troveranno spazio e i dettagli apparentemente minimali, negativi, si sveleranno giusto in tempo magari da chi non ci si aspetta.
È un modo clamorosamente efficace per far emergere scenari che nessuno osa evocare quando si decide in fretta che quello è il messaggio giusto.
Ovviare ad errori mortali.
Applicato alla comunicazione, il pre mortem fa emergere errori prima che diventino crisi: payoff aggressivi in certi contesti, immagini ironiche che diventano offese, testimonial che dividono invece di unire. E ci ricorda che un titolo, decontestualizzato e rilanciato in rete, può trasformarsi in un boomerang.
Non è zelo, è rispetto per chi vorremo ci ascoltasse. Fidatevi.
Proprio come un domatore, che prima dello show ricorda al leone che chi siede in platea non è lì per rischiare la vita, il pre mortem ci obbliga a guardare i nostri messaggi dall’esterno, immaginando non la ricezione ideale, ma la peggiore.

È in quella prospettiva che si affinano le parole, si scelgono i silenzi, si evitano trovate forzate e imperativi sguaiati.
Perché il vero successo nella comunicazione non è stupire a ogni costo, ma arrivare dove serve: tra applausi, non tra morsi.
Parola di Eufemia.
Gary Klein – Sources of Power: How People Make Decisions
Un testo che mostra come le decisioni si formino nel caos, non nei laboratori











