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C’è un modo di intendere gli eventi come fuochi d’artificio: brillano, scaldano per un attimo, poi spariscono. E poi c’è l’altra scuola di pensiero, quella più rara e più ambiziosa, che usa gli eventi come leve di trasformazione. L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 appartiene senza esitazione alla seconda categoria.
Qui non siamo davanti a un cartellone celebrativo, ma a un progetto sistemico, costruito per rimettere in moto spazi, relazioni e immaginari dopo una lunga frattura. Il sisma del 2009 è il punto di partenza, non il tema. Il tema è il dopo. E soprattutto il durante.
Città Multiverso: un concept che rifiuta l’eccezione
Il dossier vincitore, L’Aquila Città Multiverso, lavora su una parola chiave poco spettacolare ma potentissima: continuità. Oltre 300 appuntamenti in 300 giorni, distribuiti lungo tutto l’arco dell’anno, senza picchi stagionali né “weekend vetrina”.
Una scelta che, dal punto di vista culturale e organizzativo, è tutt’altro che neutra: significa trattare la cultura non come evento straordinario, ma come presenza quotidiana, capace di incidere sui ritmi della città e delle comunità che la abitano.
L’inaugurazione: rito pubblico, non solo cerimonia
Il 17 gennaio 2026, ad esempio, ha segnato l’avvio ufficiale, con una cerimonia istituzionale alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, seguita da una grande inaugurazione urbana nel centro storico.
La direzione artistica di Marco Boarino ha costruito per l’occasione un racconto diffuso fatto di:
• Drone show (Sotto un Unico Cielo),
• Parata urbana (Il Viaggio della Luce),
• Spettacolo in Piazza Duomo (La Città Celestiale),
• Installazione luminosa (Il Faro 99).
Non un palco centrale, ma una città che diventa scena. Già qui è chiaro il messaggio: L’Aquila non ospita eventi, li incorpora.
Grandi nomi come innesti, non come attrazioni
Accardo, Piovani, Pistoletto, Cattelan, Liu Bolin, Cristicchi, Molinari, Pasotti, Buttafuoco. L’elenco è importante, ma il punto non è il prestigio. È il ruolo.
Queste presenze non funzionano come “ospiti illustri”, bensì come innesti progettuali, inseriti in residenze, produzioni, percorsi educativi e processi condivisi con il territorio. Una logica lontana dall’evento-spot e molto più vicina a quella della coproduzione culturale.
Arti visive: memoria, contemporaneo, territorio
Il sistema delle mostre è uno degli assi più solidi del programma. Il MAXXI L’Aquila gioca un ruolo centrale, con:
• la mostra su Andrea Pazienza;
• la grande esposizione per il centenario di Fabio Mauri, curata da Maurizio Cattelan e Marta Papini, profondamente radicata nel rapporto tra artista, città e Accademia.
Intorno a questo polo si muove un ecosistema fatto di archivi, committenze fotografiche contemporanee, progetti delle Accademie e riflessioni sull’evoluzione urbana abruzzese. La città non è solo contenitore, ma materia prima dell’opera.

Suono, performance e spazio pubblico
La musica attraversa tutto il 2026 come linguaggio trasversale: dal Conservatorio “Casella” all’Istituzione Sinfonica Abruzzese, dal jazz alla sound art, fino alle pratiche partecipative.
Emblematico il progetto “Oltre il visibile” di Liu Bolin, con performance site-specific in luoghi simbolo come Collemaggio, Rocca Calascio e il Parco Nazionale d’Abruzzo. Il corpo che si fonde con il paesaggio diventa metafora visiva potente di un territorio che rinasce senza cancellare le proprie tracce.
Formazione e nuove generazioni: l’eredità vera
Uno dei punti più forti del Multiverso aquilano è l’investimento sulla formazione: la Scuola delle Arti e dei Mestieri dello Spettacolo, i progetti educativi per bambini e adolescenti, i percorsi di cittadinanza culturale.
Qui l’evento smette di essere consumo e diventa competenza, lasciando in eredità professionalità, reti e consapevolezza. È la differenza tra un anno memorabile e un futuro possibile.
Spazi restituiti, simboli riattivati
Il 2026 coincide anche con la riapertura di luoghi chiave: il Museo Nazionale d’Abruzzo nel Castello Cinquecentesco, il Teatro Comunale, il Teatro San Filippo Neri, l’ex ONMI. Ogni spazio che torna fruibile è un messaggio chiaro: la cultura non occupa, restituisce.
L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 non è un grande evento, ma un dispositivo culturale progettato per durare. Un modello che parla a tutte le città che vogliono usare la cultura non come decorazione, ma come infrastruttura civica. Qui il futuro non si celebra: si costruisce, un progetto alla volta.
Parola di Eufemia.
La cultura si mangia











