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Ci sono fiere che servono a vedere cosa esiste già e fiere che, almeno nelle loro intenzioni migliori, servono a capire cosa sta per diventare normale. Cibus Tec appartiene alla seconda categoria. A Parma, dal 27 al 30 ottobre 2026, la 54ª edizione non si presenta soltanto come una grande vetrina per macchinari, tecnologie e soluzioni destinate all’industria alimentare e delle bevande: prova a costruire un luogo in cui produzione, ricerca, automazione, sostenibilità e cultura industriale possano incontrarsi prima che il cambiamento diventi evidente a tutti.
Ed è proprio questo l’aspetto più interessante dell’evento. Perché quando si parla di innovazione nel food è facile fermarsi al prodotto che arriva sullo scaffale. Molto più difficile è guardare ciò che accade dietro quel prodotto: le macchine che lo trasformano, i dati che ne controllano la qualità, i sistemi che ne riducono gli sprechi, le persone che dovranno saperli utilizzare e le tecnologie che stanno progressivamente cambiando il modo stesso di produrre.
Cibus Tec 2026 prova a raccontare proprio questa parte meno visibile della filiera. E lo fa in un momento in cui il settore alimentare italiano, fortemente orientato all’export, deve tenere insieme una serie di pressioni che non sempre vanno nella stessa direzione: competitività, costi, sicurezza, sostenibilità, automazione e capacità di innovare.
In 10 secondi
• Cibus Tec 2026 si svolge a Parma dal 27 al 30 ottobre ed è dedicato alle tecnologie per l’industria food & beverage.
• L’edizione punta a superare 1.300 espositori e brand, 40.000 m² e 40.000 professionisti.
• L’internazionalizzazione resta centrale, con oltre 3.000 top buyer internazionali attesi.
• Il programma intreccia tecnologie, formazione e filiere specifiche, dalla pasta al vino, dal bakery al beverage.
• AI, automazione e dati entrano nel cuore del racconto industriale attraverso Demo Factory, startup, convegni e laboratori.
• La vera domanda dell’evento è quindi più ampia di “quale tecnologia comprare?”: come cambierà il modo di produrre cibo?
Parma non è soltanto la sede: è parte della storia
La scelta della città conta. Parma è uno dei luoghi in cui l’identità alimentare italiana ha assunto una dimensione industriale e internazionale particolarmente forte. È una città in cui gastronomia, trasformazione, ricerca, packaging, meccanica e commercio convivono da tempo all’interno dello stesso ecosistema.
Per questo Cibus Tec non ha bisogno di costruire artificialmente un rapporto con il territorio. Parma è già una parte del racconto.
L’edizione 2026 rafforza ulteriormente questa relazione attraverso una serie di appuntamenti che allargano il perimetro della manifestazione. Il più significativo è probabilmente l’arrivo del World Pasta Day, che per la prima volta si svolgerà a Parma, proprio all’interno di Cibus Tec, il 27 e 28 ottobre.
La scelta è tutt’altro che simbolica. La pasta è uno dei prodotti italiani con la maggiore capacità di parlare al mondo e, allo stesso tempo, uno dei casi più interessanti per osservare il rapporto tra tradizione e tecnologia.
Secondo i dati riportati da Unione Italiana Food, l’Italia esporta circa il 59% della propria produzione di pasta e rappresenta circa il 24% della produzione mondiale. Nel 2025 i volumi produttivi sono cresciuti dello 0,8%, mentre l’export in quantità è aumentato del 2,1%, nonostante una contrazione del valore della produzione e delle esportazioni. Sono numeri che raccontano bene il problema: produrre tanto non basta più; bisogna continuare a essere competitivi mentre cambiano costi, mercati e condizioni produttive.
Ed è qui che una manifestazione tecnologica come Cibus Tec trova il proprio senso.
La fiera non mostra soltanto macchine: mette in scena una trasformazione
L’edizione 2026 punta a superare i 1.300 espositori e brand, occupare oltre 40.000 metri quadratie coinvolgere più di 40.000 professionisti. La quota internazionale prevista supera il 30% degli espositori e il programma Top Buyers punta a portare a Parma oltre 3.000 buyer internazionali qualificati.
Sono numeri importanti, ma da soli raccontano poco.
La vera dimensione dell’evento emerge osservando chi viene messo nella stessa stanza. Produttori di tecnologia, aziende alimentari, startup, buyer, ricercatori, studenti, università e istituzioni sono chiamati a confrontarsi sullo stesso problema: come rendere una filiera enorme, complessa e sottoposta a pressioni crescenti più efficiente senza impoverirla.
La presenza di delegazioni provenienti dall’Africa subsahariana attraverso il progetto Cibus Tec for Africa aggiunge un ulteriore livello. L’obiettivo è creare partnership e trasferimento di competenze, portando tecnologie Made in Italy in mercati con un potenziale di sviluppo significativo.
È un elemento che merita attenzione perché sposta il concetto di internazionalizzazione. Non si tratta soltanto di avere più visitatori stranieri nei padiglioni. Significa usare una fiera come infrastruttura di relazione industriale, nella quale conoscenze, tecnologie e modelli produttivi possono circolare.

Dal vino alla pasta: quando le filiere diventano protagoniste
Tra le novità di Cibus Tec 2026 c’è anche la partnership con Federvini, che rafforza la presenza del comparto beverage e vitivinicolo attraverso un’area dedicata nel Padiglione 3.
Il 29 ottobre il settore sarà inoltre al centro di un workshop specifico, con un confronto su accordi commerciali internazionali, normativa europea e sostenibilità. È una scelta significativa perché il vino, come la pasta, mostra quanto sia diventato difficile separare il prodotto dalla tecnologia che lo rende competitivo.
Dietro una bottiglia non ci sono soltanto viticoltura e tradizione. Ci sono automazione, controllo della qualità, packaging, logistica, gestione dei dati, consumo energetico e capacità di adattarsi a mercati differenti.
Lo stesso principio attraversa i nuovi progetti “Bakery? Yes, we tec!” e “Beverage? Yes, we tec!”, dedicati rispettivamente alle tecnologie per prodotti da forno e bevande. L’idea interessante è raccontare la produzione come una catena continua, dalla materia prima al confezionamento e al fine linea. Non singole tecnologie isolate, dunque, ma processi.
Ed è probabilmente questo uno dei cambiamenti più importanti nel modo in cui oggi dovremmo guardare all’innovazione industriale.
Non basta comprare una tecnologia
Un’impresa può acquistare il macchinario più sofisticato sul mercato e ottenere comunque un risultato mediocre. Perché l’innovazione non vive nel macchinario. Vive nella relazione tra tecnologia, processo, persone e dati.
È una distinzione che Cibus Tec mette bene in evidenza attraverso la propria struttura: la Demo Factory, con tre linee produttive automatizzate realmente funzionanti, permette di osservare la tecnologia mentre lavora; la Startup Area porta invece dentro la fiera soluzioni emergenti; la Talent Academy introduce il tema delle competenze.
In altre parole, la manifestazione non si limita a chiedere “che cosa possiamo automatizzare?”, ma porta sul tavolo anche le domande successive: chi lo gestirà? quali competenze servono? quali dati produrrà? quale impatto avrà sul processo?
La parte più interessante potrebbe essere quella che non si vede
L’intelligenza artificiale è ormai entrata in quasi ogni racconto sull’innovazione. Il rischio è che anche nel food diventi una parola passe-partout, utilizzata per descrivere qualsiasi processo digitale leggermente più sofisticato del precedente.
Cibus Tec prova invece a collocarla dentro una questione concreta: sicurezza, competitività e sostenibilità della produzione.
Il convegno “Food 5.0: dall’AI all’automazione, per una produzione sicura e competitiva”, organizzato da SPS Italia e previsto per il 30 ottobre, affronterà proprio il rapporto tra intelligenza artificiale, automazione, digitalizzazione e valorizzazione dei dati.
Il punto non è quindi chiedersi se l’AI entrerà nelle fabbriche alimentari. È già entrata.
La domanda più utile è dove crea davvero valore.
Può aiutare a prevedere anomalie? A controllare la qualità? A ottimizzare consumi e manutenzione? A rendere più flessibile una linea produttiva? A interpretare enormi quantità di dati che un operatore non potrebbe analizzare con la stessa rapidità?
Sono queste applicazioni, molto più delle promesse generiche sull’“industria intelligente”, a determinare se una tecnologia diventerà infrastruttura oppure resterà una dimostrazione interessante.
Le domande che contano
Perché Cibus Tec è interessante anche per chi non vende tecnologie alimentari?
Perché permette di osservare in anticipo trasformazioni che riguardano tutta la filiera: automazione, dati, sostenibilità, sicurezza, competenze e nuovi modelli produttivi. È utile non solo a chi deve acquistare una macchina, ma a chi deve capire come cambierà il settore.
Qual è la novità più importante dell’edizione 2026?
Non ce n’è necessariamente una sola. Il valore sta soprattutto nella combinazione tra filiere, tecnologia e internazionalizzazione, rafforzata dalle partnership con Federvini e World Pasta Day e dal programma dedicato a buyer e operatori internazionali.
Perché portare il World Pasta Day dentro una fiera tecnologica?
Perché permette di mostrare il legame tra un prodotto fortemente identitario e l’ecosistema industriale che ne sostiene la diffusione globale. La pasta è tradizione, ma è anche tecnologia, automazione, packaging, controllo e logistica.
L’intelligenza artificiale cambierà davvero l’industria alimentare?
Sì, ma non necessariamente nei modi più spettacolari. Il suo valore dipenderà dalla capacità di inserirla in processi concreti: manutenzione predittiva, controllo qualità, ottimizzazione, analisi dei dati e gestione della produzione sono ambiti potenzialmente più rilevanti di qualsiasi generico richiamo all’AI.
Una grande fiera può davvero produrre innovazione?
Da sola no. Può però creare una condizione rara: mettere contemporaneamente davanti allo stesso problema chi produce tecnologia, chi la utilizza, chi la studia e chi dovrà lavorarci domani. Se il confronto produce relazioni e decisioni nuove, allora la fiera smette di essere soltanto un’esposizione.
Cosa vedere davvero a Cibus Tec 2026
Se andrai a Parma, la tentazione sarà quella di attraversare i padiglioni come un catalogo vivente di novità.
Meglio fare il contrario.
Scegli prima un problema: ridurre gli sprechi, aumentare la flessibilità, migliorare la sicurezza, automatizzare una fase, ridurre consumi, gestire meglio i dati. Poi cerca le tecnologie che provano a risolverlo e osserva cosa cambia quando entrano nel processo.
Vale la pena dedicare tempo alle Demo Factory, perché vedere una tecnologia funzionare è molto diverso dal leggerne le specifiche. Vale la pena attraversare la Startup Area, non necessariamente per trovare subito la soluzione da acquistare, ma per capire quali problemi le nuove imprese stanno cercando di risolvere. E vale la pena seguire almeno un confronto della Talent Academy o dei convegni, perché una tecnologia senza competenze rischia di essere soltanto un investimento costoso.
Infine, osserva ciò che succede tra un padiglione e l’altro. Le fiere più interessanti non sono quelle in cui trovi semplicemente ciò che cercavi. Sono quelle in cui scopri che la domanda che avevi portato con te non era quella giusta.
Cibus Tec arriva nel 2026 con numeri importanti, nuove partnership e un programma molto ampio. Ma la sua vera ragione d’interesse non sta soltanto nella dimensione raggiunta dalla manifestazione.
Sta nel fatto che Parma, per quattro giorni, diventa un punto di osservazione su un’industria che sta cercando di rispondere a una domanda tutt’altro che semplice: come produrre il cibo di domani in modo più intelligente senza perdere ciò che rende forte la filiera di oggi?
La risposta non sarà una macchina, un algoritmo o una singola innovazione. Sarà probabilmente una combinazione di tecnologie, competenze, dati, persone e nuovi rapporti tra imprese.
Ed è proprio per questo che una fiera come Cibus Tec può essere interessante anche per chi non è venuto a comprare nulla. A volte un evento professionale vale soprattutto per le domande che ti costringe a portarti a casa.
Parola di Eufemia.











