di GIOVANNI CERUTTI
Indice del contenuto
Sai che c’è? Oggi ti racconto una cosa un po’ diversamente dal solito e per come mi verrà, per la semplice ragione che non so come finirà questa storia (vera).
Parto allora dal finale, quello che ho vissuto di persona, dicendoti che leggerai comunque una storia che dovrebbe far venire la voglia a te di completarla e, vedrai, capirai certamente perché te la lascio un po’ zoppa, di certo non per chissà quale forma di suspence.
La storia parte da Naxos.
Non dalle cartoline di Naxos, però. Non dalla Portara al tramonto, non dalle taverne, non dalle casette bianche che fanno così bene il loro mestiere di Grecia. Devi andare verso sud, sulla costa occidentale, fino ad Alyko.
Quando ci arriverai, probabilmente non capirai subito cosa sto cercando di raccontarti. Ed è esattamente questo il punto.

Volevamo rivedere un museo a cielo aperto
Io e Chicca c’eravamo stati due anni prima, nell’estate del 2024, ed eravamo partiti come spesso accade, per andare un po’ a zonzo: come capita spesso con le cose più interessanti, non avevamo trovato esattamente ciò che eravamo andati a cercare.
E ci imbattemmo in un errore.
Un errore enorme, di cemento armato, conficcato in uno dei paesaggi più delicati di Naxos.
Quello che tutti chiamavano l’Alyko Hotel non era mai diventato un hotel. Era il gigantesco scheletro di un progetto turistico nato alla fine degli anni Sessanta, negli anni della dittatura dei Colonnelli: un complesso spropositato (nei volumi) che avrebbe dovuto portare il turismo moderno dentro un luogo che oggi sappiamo essere infinitamente più prezioso perché è rimasto vuoto.
Quella follia, quel progetto, partì intorno al 1968. Dietro c’erano interessi anche stranieri, un paio di banditi belgi, a quanto narrano le cronache che abbiamo sondato, e dimensioni che oggi sembrano quasi una provocazione: si parla di un complesso destinato ad ospitare un migliaio di ospiti.
Poi qualcosa si inceppò.
Vincoli, contestazioni, proprietà pubblica, natura forestale dei terreni, testimonianze archeologiche e, credo soprattutto, la dissoluzione del regime (quello dei Colonnelli, appunto).
La costruzione si fermò negli anni Settanta e ciò che era già stato edificato rimase lì.
Non per un anno, non per cinque e nemmeno per dieci: per mezzo secolo.
Se vorrai ricostruire anche questa parte, cerca la sentenza 301/2004 della Corte d’Appello dell’Egeo, il ricorso del primo marzo 2006 e soprattutto la decisione 1417/2010 dell’Areios Pagos, la Corte Suprema greca. Sono alcuni dei chiodi ai quali appendere la storia giuridica di quel mostro. Nel 2022 i ruderi verranno formalmente avviati verso la demolizione.
Ma non è ancora questa la storia che vorrei facessi tua.
Perché mentre gli avvocati discutevano di chi possedesse la terra e le amministrazioni cercavano di capire cosa fare del cemento, il cemento aveva cominciato una seconda vita.

Qualcuno prese una bomboletta
Non so chi sia stato il primo e non è nemmeno importante scoprirlo.
Le pareti dell’albergo mai nato cominciarono a riempirsi di graffiti, firme, figure, esperimenti. Alcuni trascurabili. Altri magnifici.
Poi arrivò Wild Drawing, WD.
Indonesiano di origine, da anni attivo in Grecia, WD trasformò alcune di quelle pareti in qualcosa che non era più soltanto street art applicata a un rudere. Le opere dialogavano con ciò che avevano intorno: il mare, il Mediterraneo, la mitologia, la natura, l’abbandono.

Nel 2015 realizza alcuni degli interventi che renderanno Alyko riconoscibile anche fuori dall’isola. Negli anni successivi torna. Nel 2018 il suo rapporto con Naxos passa anche dal Naxos Festival e dalla Bazeos Tower.
Non era solo.
Altri artisti arrivavano. Altri writer lasciavano segni. Qualcuno firmava. Qualcuno copriva ciò che aveva trovato. Il vento mangiava un pezzo. La salsedine un altro.
Nessuno aveva progettato un museo.
E proprio per questo era diventato un museo.
Nessuno aveva progettato un museo. E proprio per questo era diventato un museo.
Un museo senza biglietteria, senza custodi, senza curatore e soprattutto senza alcuna garanzia che ciò che avevi visto un’estate sarebbe esistito quella successiva.
Se vuoi capire davvero questo passaggio, cerca un lavoro accademico pubblicato il 5 marzo 2024 sulla rivista Arts: Murals and Graffiti in Ruins: What Does the Art from the Aliko Hotel on Naxos Tell Us? DOI: 10.3390/arts13020051.
Leggilo mi raccomando, non limitarti all’abstract: gli autori avevano già capito una parte essenziale della faccenda, ovvero che quelle opere erano effimere e la demolizione incombeva. Il problema della loro memoria esisteva prima che sparissero.
E poi cerca le fotografie, e questo sarà facile.
Su Wikimedia Commons esiste una categoria chiamata Alyko hotel ruin. Dentro troverai decine di fotografie, molte scattate il 16 giugno 2025 da Tsui. Sono ad alta risoluzione, geolocalizzate, spesso enormi, alcune vicine agli ottomila pixel.
Guardale con rispetto, perché quando furono scattate mancavano cinque mesi alla fine e probabilmente nessuno, mentre premeva il pulsante, sapeva che stava realizzando uno degli ultimi censimenti sistematici di quel museo.

Poi arrivano le ruspe
Il 21 luglio 2025 viene firmato il contratto per la demolizione: l’impresa è la ΑΜΦΙΑΛΟΣ Ο.Ε., Amfialos OE.
Il valore finale del contratto che abbiamo trovato è 458.535 euro IVA compresa. Non confonderlo con i 960.000 euro che troverai in alcuni documenti: quella era la base economica complessiva della procedura di gara, non il valore finale dell’aggiudicazione.
La stazione appaltante è l’Amministrazione Decentrata dell’Egeo, non il Comune di Naxos; ricordatelo, perché un giorno ti servirà quando comincerai a bussare alle porte.
Nel bando troverai due nomi che io mi annoterei subito: A. Dimitroulopoulou e Th. Kravaritis, della Direzione del controllo tecnico dell’Amministrazione Decentrata dell’Egeo.
Non scrivere loro chiedendo informazioni sulla demolizione: quelle le abbiamo già.
Chiedi immagini. Chiedi fotografie originali, riprese video, materiale aereo, documentazione fotografica precedente, contemporanea e successiva all’abbattimento. Chiedi allegati fotografici prodotti durante l’esecuzione del contratto.
Sappiamo già che materiale aereo istituzionale esiste: Kathimerini ha pubblicato una fotografia della demolizione attribuendola proprio all’Amministrazione Decentrata dell’Egeo.
Quindi non chiedere se esiste, perché esiste: chiedi di poterlo vedere.
E cerca anche un documento dal titolo lunghissimo, che ti lascio quasi come una parola d’ordine: ΠΑΡΑΡΤΗΜΑ Ι ΑΕΡΟΦΩΤΟΓΡΑΦΙΩΝ ΕΡΗΠΩΜΕΝΟΥ ΗΜΙΤΕΛΟΥΣ ΞΕΝΟΔΟΧΕΙΑΚΟΥ ΣΥΓΚΡΟΤΗΜΑΤΟΣ ΣΤΟ «ΑΛΥΚΟ» Ν. ΝΑΞΟΥ — l’appendice di aerofotografie del complesso prima della demolizione.

Adesso segna queste date in rosso
18 novembre 2025 e 24 novembre 2025: sono i due lembi del buco che devi riempire.
Il 3 novembre una prima ruspa era già arrivata nell’area, secondo Naxos Press. Non confondere però la mobilitazione del cantiere con l’inizio dell’abbattimento vero e proprio.
Il 18 novembre comincia la demolizione delle strutture: esistono fotografie dell’avvio, e il sindaco di Naxos e Piccole Cicladi, Dimitris Lianos, pubblica quel giorno su Instagram l’inizio dell’intervento.
Perché il 24 novembre succede qualcosa di impressionante
Una giornalista entra nel cantiere: si chiama Ειρήνη Προμπονά — Eirini Prompona, scrive per Cyclades Open, e il suo reportage del 24 novembre è, fino a questo momento, uno dei documenti più importanti che abbiamo trovato.
Il 18 novembre le strutture erano ancora lì.
Il 24 novembre una parte enorme del complesso è già diventata macerie.
Prompona fotografa il cantiere. Parla con chi sta lavorando. Incontra la responsabile dell’impresa, Stathoula Mandilara. Parla con l’operatore di uno dei mezzi. Sul posto c’è un archeologo dell’Eforia delle Antichità delle Cicladi. Arrivano anche tecnici comunali.
E soprattutto ci sono fotografie. Quelle pubblicate appartengono a Cyclades Open.
Appena una settimana.
Il museo che io e Chicca avevamo fotografato con gli occhi due anni prima è quasi sparito. Dei cinque giorni che stanno in mezzo, per ora, non abbiamo quasi niente.
È qui che ti lascio, per il momento.
Con un prima pieno di immagini e un dopo che comincia a diradarsi.
Nel mezzo, un buco di cinque giorni che qualcuno, da qualche parte, potrebbe aver fotografato senza saperlo.
(continua nella seconda puntata: «I giorni della sparizione»)
Parola di Eufemia.
Ruins, a cura di Brian Dillon (Documents of Contemporary Art, Whitechapel Gallery / MIT Press)
Perché l’antologia curata da Dillon raccoglie decenni di riflessione — da Smithson a Tacita Dean — sul motivo per cui l’arte contemporanea continua a tornare sulla rovina: non come nostalgia, ma come forma speculativa, orientata al futuro più che al lutto per il passato. È esattamente lo sguardo che serve per capire perché un hotel mai nato, lasciato marcire per mezzo secolo, potesse diventare un museo prima ancora di essere dichiarato tale.
1. Wikimedia Commons — Category: Alyko hotel ruin (archivio fotografico, foto di Tsui, 16 giugno 2025)
2. Perzycka-Borowska, Gliniecka, Hrycak-Krzyżanowska, Szajner — «Murals and Graffiti in Ruins: What Does the Art from the Aliko Hotel on Naxos Tell Us?», Arts (MDPI), 2024
3. «Μπήκε η πρώτη μπουλντόζα στο ‘ξενοδοχείο φάντασμα’ του Αλυκού» — Naxos Press, 3 novembre 2025
4. «Αλυκό Νάξου: Κατεδάφιση ερειπίων, σχέδιο ανάπλασης για το κεδροδάσος» — Naxos Press, 18 novembre 2025
5. «Alyko Hotel Ruins in Naxos» — Atlas Obscura (contesto storico: investitori belgi, epoca della dittatura)











