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Il caso letterario di fine settembre riguarda un romanzo escluso dal premio Goncourt, cinque detector che non si mettono d’accordo e un autore che l’intelligenza artificiale l’ha usata. E, si badi bene, lo dice.
di GIOVANNI CERUTTI
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La domanda non è chi abbia scritto cosa. È chi abbia deciso cosa lasciare sulla pagina. E in comunicazione vale lo stesso: il rischio non è usare l’IA, è nasconderla.

Quella mattina eravamo a tu per tu con qualcuno che di editoria se ne intende, io e il mio partner, alla ricerca di una soluzione per una situazione che tutti e tre avevamo definito complessa.
Gente abituata, per mestiere, a stare dalla parte della logica. Una di quelle riunioni in cui il focus è sulla soluzione e poi sul denaro; dove, appurato che qualcosa debba essere fatto, si cerca soprattutto il come.
A un certo punto il nostro ospite, pressoché impossibile da trovare disinformato, addentrandosi nella parte etica della situazione, ci parla di un articolo letto poco prima: è di Sara Scarafia, a pagina 34 di Repubblica di giovedì 1° ottobre 2026.
Un articolo dal titolo interrogativo.
«Libri scritti con l’IA?»
Completato da un catenaccio laconico.
«Ma i test falliscono».
Sento le sinapsi mettersi in moto ma le rimetto a cuccia perché non è certo quello il momento per assecondarle. Ora sì: vediamo cosa ci racconta Sara Scarafia, e perché ne parlo.
La storia da cui parte è quella di Thélyson Orélien e del suo C’était ça ou mourir, escluso dalla corsa al Prix Goncourt 2026 dopo le accuse di plagio e, soprattutto per ciò che interessa qui, dopo che diverse analisi avevano attribuito all’intelligenza artificiale una parte molto consistente del romanzo.

Ma poi, cosa vuol dire “parte consistente del romanzo”?
Ci tornerò, ma prima faccio un po’ il cronista: per documentarmi sono partito, in ordine cronologico, da un pezzo di Agence QMI, l’agenzia del gruppo Québecor che pubblica il canadese Journal de Québec. Il giorno dopo, sulla stessa testata, Cédric Bélanger pubblica un secondo pezzo: il presidente dell’Académie, Philippe Claudel, dice che servono «prove inconfutabili» prima di escludere Orélien. Due giorni dopo, con La Presse che nel frattempo ha documentato anche i plagi, l’esclusione arriva, ma nel comunicato le «prove inconfutabili» sono diventate «selon toute vraisemblance».
Sono passato poi a Philip Oltermann sul Guardian, il 25 settembre, per arrivare infine a Guia Soncini, che il 29 settembre su Linkiesta titola «Orélien, la fatica di scrivere, e il subappalto all’Intelligenza Artificiale».
È il pezzo che mi è piaciuto di più, forse perché è il meno neutrale e il più autoriale. Parte dal caso, accenna ai falsi positivi dei detector e poi fa una cosa più interessante: sposta la domanda dalla macchina alla scrittura. Ci arriva da un’altra strada, perché per lei chi subappalta bluffa, ed è proprio lì che volevo arrivare anch’io.
Torniamo all’Académie, che ha parlato di un’opera che, con ogni probabilità, sarebbe in gran parte frutto dell’IA. Lui nega e, intorno a tutto questo, è successo quello che succede quando metti insieme letteratura, intelligenza artificiale, un premio gigantesco e il sospetto che qualcuno abbia barato.
Molto rumore, insomma.
E mi è tornato in mente quel signore inglese che, qualche secolo prima che inventassimo i prompt, aveva trovato un titolo piuttosto efficace per descrivere situazioni del genere.
Molto rumore per nulla, quindi.
Non so se Orélien abbia usato l’intelligenza artificiale per scrivere il suo romanzo. Lui sostiene di no. Altri sostengono il contrario. E non credo nemmeno che il punto interessante sia stabilirlo qui.
Ma a me interessa un’altra questione: «se anche l’avesse fatto, di grazia, dove sarebbe il problema?»
La risposta apparentemente facile è: non si può far scrivere un romanzo all’intelligenza artificiale; dove “non si può” significa, naturalmente, “è sbagliato”. È, più o meno, la risposta dell’Académie, che ritirando il romanzo ha detto di voler tutelare la letteratura scritta da donne e uomini.
Ma sbagliato perché? E, soprattutto, che male fa e a chi?
Se il risultato fosse robaccia, avremmo già a disposizione un sistema di rilevazione straordinariamente efficiente, affinato in qualche millennio di civiltà umana: si chiama lettore.
Se invece fosse un buon romanzo, la faccenda diventerebbe improvvisamente molto più interessante. Ed è precisamente qui che posso smettere di parlare di monsieur Orélien e cominciare a parlare di me.
Perché io l’intelligenza artificiale l’ho usata e la uso.
Parecchio.
E non l’ho nascosta
Il problema, semmai, non è usare l’intelligenza artificiale: è nasconderla appunto.
Io, per esempio, che di recente mi sono dato alla letteratura, dando vita a una sorta di trilogia, non ho nascosto l’intelligenza artificiale dietro i miei romanzi, anzi, ammetto candidamente di averla usata per una parte consistente del lavoro.
Anche perché, per nasconderla, avrei dovuto prima aver voluto barare o vergognarmene. E non ne vedo la ragione, visto che tutto ciò che ha fatto per me non ha minimamente riguardato l’aspetto creativo, nemmeno in una riga: ha riguardato la produzione.
Ecco cosa può voler dire “parte consistente”, alla peggio, per me. E lascia che ti spieghi come ho lavorato, per esempio su La Grammatica del Disordine, la mia prima opera, ora in fase di editing.
È cominciata in un modo piuttosto semplice: camminando.

Per molti mesi ho raccontato a un registratore vocale quello che avevo in testa durante le passeggiate del mattino e in tutti quei momenti, quelle piccole pause, che una volta dedicavo alle sigarette.
È sorprendente quante scene, dialoghi, personaggi, deviazioni e luoghi, a volte interi capitoli, altre volte una frase che non volevo perdere prima di arrivare a casa, si riescono a immaginare nello spazio-tempo di una corsetta, o di una sigaretta.
Comunque, non stavo ancora scrivendo.
O forse sì.
L’app del mio smartphone raccoglieva la mia voce. Word ascoltava poi quelle registrazioni e provava a trasformarle in parole. Dopo la doccia, infine, tornavo alla tastiera, aprivo quelle sbobinature inevitabilmente imperfette e cominciavo a fare quello che gli esseri umani fanno da molto prima che esistessero i computer.
Scegliere.
Tenere questo. Togliere quello. Spostare. Correggere. Riscrivere. Ricominciare.
E a quel punto, raggiunti blocchi di quindici o ventimila battute, quando il testo aveva assunto la mia forma, lo affidavo a un’orchestra di agenti artificiali, ma non prima di averlo passato (attenzione) dalla mia maestra preferita, in carne e ossa si intende, che per esplicito accordo non avrebbe affrontato problemi diversi da quelli formali.
Un gran lavoro, ti assicuro, come qualità e impegno.
E poi è emersa la parte più problematica dell’esperimento che stavo conducendo, dove la difficoltà più grande non è stato convincere l’intelligenza artificiale a scrivere (figuriamoci, non vede l’ora di inondarti di testo), ma costringerla a non farlo.
Migliore non significa “più mio”
Lavoro nell’editoria e nella comunicazione da quel dì, un tempo sufficientemente lungo da aver voluto usare questi tre romanzi come esperimento professionale, sottoponendo le mie capacità, e quindi tutto me stesso, a una prova impegnativa.
Un lavoro iniziato un po’ prima della moda dell’IA, un esperimento teso a permettermi di capire fino a che punto queste innovazioni potessero accompagnare la costruzione di un testo senza impadronirsene.
Ho chiesto loro di cercare inciampi, non di cambiare strada; di controllare la scorrevolezza, non di inventare la corrente; di trovare incoerenze, ripetizioni, cedimenti, passaggi opachi e soprattutto di mettere in dubbio il mio pigiar di tasti, quando serviva.
E ho passato una quantità sorprendente di tempo a impedire loro di rendere migliore una frase che volevo esattamente così.
Perché migliore non significa necessariamente “più mia”.
Migliore non significa necessariamente più mia.
Questa, forse, è stata la scoperta più interessante.
Una macchina sufficientemente addestrata può suggerirmi una frase più elegante della mia. Più equilibrata. Più pulita. Persino più bella. E io posso, e mi sono sempre detto che devo, cancellarla: non perché sia sbagliata. Perché non sono io.
Poi sono arrivati gli esseri umani
E, improvvisamente, è cambiato tutto.
Ho sottoposto il mio lavoro a una comparazione puramente qualitativa e, per scelta, l’ho fatto grazie a esseri umani, quasi venti, che si erano offerti come beta reader.
Il beta reading è la fase in cui un manipolo di persone riversa tutto ciò che pensa delle tue fatiche, commentando senza filtri e senza sconti ciò che gli dai da leggere. Nel mio caso è stata una fase di circa tre mesi.
Voglio essere ancor più chiaro, perché il calendario potrebbe raccontare male certe cose, massimizzarne alcune, minimizzarne altro: diciotto persone, in quell’arco di tempo, hanno accettato di sacrificare sere, domeniche, treni, divani e ore di sonno a quasi mille pagine.
Moltiplicato per diciotto, quel tempo diventa cinquantasei mesi di vita umana, quasi cinque anni.
Resta un conto di calendario, d’accordo, ed è vero ciò che affermavo prima: il calendario racconta male certe cose perché rischia di ingigantire minuzie, a volte il contrario. Ma con un numero così significativo si percepisce meglio, penso, l’impegno totale.
Persone parecchio eterogenee e, fra loro, quattro che hanno fatto dell’editoria il loro mestiere ma che si sono proposte come tutte le altre, come lettori.
Precisamente ciò di cui avevo bisogno: lettori.
Persone incapaci di dirmi se un algoritmo avrebbe giudicato corretta una pagina, ma perfettamente capaci di dirmi che si erano annoiate.
Che non avevano capito un’apertura (perché magari non chiusa). Che non credevano a un certo personaggio (perché poco caratterizzato) o sentivano la mancanza di un altro (chissà perché). Che trovavano sovrabbondante l’uso degli anglicismi (e tecnicismi). Che una scena le aveva irritate e una situazione annoiate. Che però alle due di notte (amo pensare) avevano deciso di leggere ancora un capitolo.
Cose terribilmente umane.
Da quelle letture s’è avviata quella che considero la grande seconda fase dei tre romanzi, sulla quale lavoro ora con un editor meraviglioso, una sorprendente scoperta. Il suo mestiere è fare ancora una volta ciò che avevo chiesto alle macchine e agli esseri umani prima di lui: non scrivere il mio libro, ma aiutarmi a vedere quello che io, standoci dentro da troppo tempo, non riesco più a vedere.
E infine (tanti auguri a me) busseremo alla porta degli editori.
Qualcuno, spero, deciderà che Gerome e Cecilia (spoiler: i due protagonisti) meritino di uscire dai miei PDF e raggiungere i lettori.
SÌ: questo articolo è stato scritto con l’IA
Proprio così: questo articolo sull’intelligenza artificiale è stato scritto con l’intelligenza artificiale. O meglio, è stato scritto pigiando i tasti direttamente nell’interfaccia agentica di cui mi sono dotato.
Scrivo cioè esattamente come farei in un file Word ma su un “foglio” diverso: organizzo la scaletta, espando i capitoli, butto dentro i pensieri, parentesi, refusi, parole sbagliate, frasi che cominciano in un modo e finiscono da un’altra parte.
Dall’altra parte c’è una macchina alimentata da prompt che non smetto di perfezionare da tre anni a questa parte (“dentro tutto”, volendo trascurare di raccontare l’impegno profuso), alla quale chiederò di fare ordine.
Poi leggerò quello che avrà fatto, cancellerò, rimetterò, litigherò con un aggettivo e probabilmente recupererò una frase che lei avrà giudicato migliorabile.
E pigierò ancora questi tasti.
In questo articolo i miei agenti sono quindi una specie di bianchetto digitale. Meravigliosamente sofisticato, infinitamente più potente di quello che una volta lasciava sulle dita una seconda pelle lattiginosa, ma che ho scientemente scelto di collocare dalla stessa parte della scrivania: quella degli strumenti.
Agenti guardati oggi con il sospetto con cui un tempo si guardavano i dizionari dei sinonimi e contrari.
Ma pensa te.
Una macchina che risponde
Come scrittori, allargando la definizione a chiunque sia stato alfabetizzato, abbiamo cambiato strumenti molte volte: penna e calamaio, la macchina per scrivere, le funzioni CTRL+qualcosa.
E nessuno ha pensato che per quello un romanzo fosse diventato meno romanzo.
Adesso sulla scrivania è arrivata un’altra macchina, solo che è più strana: non è passiva, non si limita ad aspettare le nostre dita ma risponde, propone, obietta e qualche volta sorprende.
Parecchie volte sbaglia. Ma, nonostante ciò, capita che scriva una bellissima frase che bisogna avere il coraggio di cancellare, semplicemente perché non è la nostra.
Forse è questa la parte che dovremo imparare: non come impedire alle macchine di scrivere, ma come continuare a sapere perché una frase deve restare nostra.
Io ho provato a farlo per quasi mille pagine.
Camminando al mattino, parlando a un telefono, correggendo una trascrizione, discutendo con delle macchine. E ripensando, a volte, a quel microfonino nell’interfaccia di Word che sbobina allegramente tutto ciò che ascolta: la crescita di quello strumento non è stata poi così rapida, dagli albori di Dragon Dictate nei primi anni ’90.
Ho provato a difendere la mia scrittura soprattutto ascoltando degli esseri umani.
E ci sono riuscito. Anzi, ho deciso di riuscirci.
Tornando a pigiar tasti.

Chi ha l’ultima parola
C’è un’interessante perfidia nel pezzo della Scarafia.
Pangram è il software da cui è partito il caso Orélien. Su uno stesso bestseller, però, Pangram dice umano e un altro detector dice generato dall’intelligenza artificiale al 93 per cento. E l’amministratore delegato di Pangram, Mark Spero, ha detto all’Atlantic che la loro creatura non dovrebbe mai essere l’arbitro finale.
Se perfino chi lo produce dice che l’ultima parola non può essere del test, allora l’ultima parola non è del test. L’ultima parola è di qualcuno, e ciò vale per i romanzi e vale per ciò che una marca scrive di sé.
Una campagna, un comunicato, un post: usare l’IA non è il rischio, nasconderla sì, perché intaccherebbe la fiducia dell’audience. E la fiducia, in comunicazione, comincia dal sapere chi ha deciso di lasciare quali parole.
Nessuno chiederà conto della macchina, non avrebbe senso.
Chiederà conto alla firma, di cui si fida.
Forse il mestiere dell’autore non è mai stato scrivere tutte le parole.
Forse è sempre stato scegliere quelle per cui è disposto a mettere il proprio nome.
E avere l’ultima parola.
Parola di Eufemia.
Co-Intelligence: Living and Working with AI, di Ethan Mollick (Portfolio)
Perché Mollick propone di lavorare con l’IA come con un collega, un tutor, un coach, senza perdere la propria identità. È la stessa questione dell’articolo vista dal lato del lavoro quotidiano: usare uno strumento potente e restare autori di ciò che si firma. In italiano: L’intelligenza condivisa. Vivere e lavorare insieme all’AI (LUISS University Press).
1. Sara Scarafia — «Libri scritti con l’IA? Ma i test falliscono», la Repubblica (ed. Milano), 1 ottobre 2026, p. 34 (copia online)
2. «Le roman de Thélyson Orélien, entaché de scandales, supprimé de la sélection du Goncourt» — France 24, 25 settembre 2026
3. «L’Académie Goncourt retire, sans unanimité, le roman de Thélyson Orélien de sa sélection» — Radio-Canada
4. «Détecteurs d’IA : tests sur classiques, Goncourt retire Orélien» — Brief IA (comunicato dell’Académie Goncourt)
5. «Un romanzo d’esordio francese affronta accuse di paternità artificiale in piena stagione dei premi» — IndexBox (avvio del caso su X, 21 settembre 2026)
6. Guia Soncini — «Orélien, la fatica di scrivere, e il subappalto all’Intelligenza artificiale», Linkiesta, 29 settembre 2026
7. «Prix Goncourt : des “preuves irréfutables” demandées avant toute exclusion de Thélyson Orélien» — Chokarella, 23 settembre 2026
8. «Le Prix Goncourt exclut le roman de Thélyson Orélien» — ActuaLitté
9. «French literary prize removes novel from longlist after AI claims» — AFP via The Local, 25 settembre 2026
10. «France’s prestigious Goncourt prize drops novel after author accused of using AI» — Reuters via The Star, 26 settembre 2026











