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Eccoti alla seconda puntata della serie su Unabomber e sul suo manifesto. Nel 1995 pretese che due giornali lo stampassero, altrimenti avrebbe ucciso ancora.
di GIOVANNI CERUTTI
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L’FBI sostenne la pubblicazione sperando che qualcuno ne riconoscesse l’autore. Il Washington Post lo stampò, e la strategia funzionò.
Stesso testo, tre obiettivi opposti: per chi fa marketing la lezione è che la visibilità è una condizione, non un risultato. E che ogni palco, prima o poi, presenta il conto.

Il direttore e il manoscritto
Sei il direttore del Washington Post. Sulla scrivania arrivano trentacinquemila parole firmate FC e una promessa: pubblicatele e smetto di uccidere. Se no, continuo. Il mittente ha già ucciso, e quella che hai davanti è un’estorsione con la forma di un comunicato stampa.
A fine giugno il mittente aggiunge una clausola: se i giornali rifiutano, il copyright passerà a Penthouse, che lui stesso giudica meno rispettabile, e se il testo uscisse lì si riserva il diritto di uccidere ancora. Bob Guccione, editore della rivista, risponde con una lettera aperta pagata sul New York Times: non può accettare. Un editore di Penthouse che dà lezioni di etica a un terrorista. Siamo nel 1995, e anche la realtà ha il suo senso dell’umorismo.
Tre mesi di dubbi. Poi la decisione, che passa dal ministero della Giustizia: il procuratore generale Janet Reno e il direttore dell’FBI Louis Freeh danno il via libera. Dentro l’FBI i colleghi, all’inizio, sono contrari, e a convincerli è James Fitzgerald, il profiler. Il 19 settembre 1995 il testo esce in un inserto del Post, con i costi divisi con il New York Times e una dichiarazione congiunta per spiegare perché. Lo stampa il Post per una ragione quasi comica: è l’unico dei due ad avere i macchinari per distribuire un inserto a parte in tutte le copie del giornale.
Tre soggetti, un solo testo
Succede una cosa curiosa: tre soggetti, un documento identico, tre idee di successo. Kaczynski vuole essere letto, e per farlo gli servono la platea e l’autorevolezza di un grande quotidiano. I giornali vogliono sapere se un testo estorto meriti quello spazio. L’FBI vuole una cosa che nessuno dei due ha messo sul tavolo: che quelle parole arrivino a una persona sola, quella che le riconosce.

La trappola
Funziona. A Schenectady, Linda Patrik legge e sospetta del cognato. Suo marito David riconosce la torta e confronta il testo con gli scritti di Ted. Il resto lo fanno Fitzgerald e il sociolinguista Roger Shuy: Fitzgerald racconta di aver ritrovato la stessa formula in una lettera spedita da Ted a un periodico all’inizio degli anni Settanta. Con gli altri elementi, i riscontri bastano per un mandato. Il 3 aprile 1996 Kaczynski viene arrestato nella sua capanna in Montana.
Aveva chiesto ai giornali la visibilità di un’istituzione. L’ha ottenuta e addio anonimato, vivaddio.

Il mezzo non è un fattorino
Nel marketing i canali si trattano come corrieri: prepari il messaggio, scegli il pubblico, compri lo spazio, conti chi l’ha visto. Consegna fatta, applausi. Ma un canale non trasporta e basta. Presta autorevolezza, e si porta dietro lettori che mettono quello che dici accanto a tutto il resto.
Impression, reach e visualizzazioni dicono quante persone ti hanno incontrato, non che cosa ne hanno fatto. Una campagna può raggiungere milioni di persone e peggiorare la reputazione. Una provocazione può riempire la sala di gente che non comprerà mai. La visibilità è una condizione, non un risultato.
Chiamarlo earned media, qui, sarebbe improprio: il palco non è stato guadagnato, è stato estorto. Ma l’eccezione mostra ciò che nelle campagne ordinarie si dimentica. Più la distribuzione è ampia, più i tuoi testi diventano prove.

Un palco non è mai gratis. Si paga in leggibilità.
In una crisi non ti salva chi ti ha dato il palco. Ti salva la coerenza di quello che hai già scritto. Il manifesto ha tradito il suo autore due volte, con la lingua e con il palco, e non ha ancora finito: resta da leggere che cosa diceva davvero.
La parte più attuale non è la rabbia.
È un’idea sul perché compri quello che compri.
Parola di Eufemia.
Gli strumenti del comunicare, di Marshall McLuhan (Il Saggiatore)
Perché è il libro che ha messo in crisi l’idea del mezzo come corriere: il medium non trasporta soltanto un contenuto, ne cambia la portata e il senso. È la tesi dell’articolo vista da chi l’ha formulata per primo e con più clamore. McLuhan è un autore controverso, e proprio per questo si legge bene accanto a un caso in cui un palco ha prodotto l’effetto opposto a quello voluto. Titolo originale: Understanding Media.
1. Keith J. Kelly — «End Killing, Guccione Tells the Unabomber», 1995 (archivio The Ted K Archive): lettera aperta di Guccione e clausola Penthouse
2. Poynter — «April 3, 2015»: cronaca dell’arresto e testo della dichiarazione congiunta di The Washington Post e The New York Times, 19 settembre 1995
3. FBI History — «Unabomber Bomb Shrapnel» (scheda sul caso UNABOM e sull’approvazione di Reno e Freeh)
4. Maddie Aiken — «How the FBI files on Unabomber Ted Kaczynski ended up at PennWest California», Pittsburgh Post-Gazette (copia su The Ted K Archive): Fitzgerald convince i colleghi
5. Roger J. Kreuz — «How the Unabomber’s unique linguistic fingerprints led to his capture», The Conversation, giugno 2023
6. «Forensic linguistics, the Unabomber, and the etymological fallacy» — Language Log, 14 gennaio 2006
7. «The Fall — The Role of Forensic Linguistic Analysis in the Unabomber Case» — progetto National History Day (con la testimonianza di Fitzgerald, 2017, sulla lettera dei primi anni Settanta)
8. «27 years after arrest, Ted Kaczynski still holds Montana’s — and the nation’s — attention» — Montana Free Press, 21 giugno 2023
9. Theodore J. Kaczynski — Industrial Society and Its Future (1995), testo del manifesto (firma FC, Freedom Club)











