di GIOVANNI CERUTTI
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È il 30 ottobre del 1938, quando all’ora di cena l’America scopre quanto sia fragile il confine tra informazione e suggestione. Dalle radio, il medium più potente e diffuso dell’epoca, si susseguono notizie straordinarie, collegamenti dal territorio, testimonianze, pareri di esperti, tenuti insieme da una narrazione semplice e lineare che annuncia lo sbarco dei marziani.
Non è vero, naturalmente. È il celebre adattamento radiofonico de La guerra dei mondi, firmato da Orson Welles e trasmesso all’interno del Mercury Theatre on the Air, uno show domenicale noto agli ascoltatori più fedeli. Ma molti, forse sintonizzati dopo l’inizio o distratti dalla ritualità dell’ascolto serale, non lo sanno, semplicemente si fidano del mezzo, del tono, della forma e vengono assaliti dal panico.
Non è una storia di fantascienza. È una storia di comunicazione.
Significato e Impatto
Welles e il suo fenomenale gruppo teatrale, dimostrarono in modo clamoroso il potere della radio — e più in generale dei media — nel plasmare la percezione della realtà, nel costruire consenso o nel generare panico. Non fu soltanto un esercizio di sperimentazione narrativa, ma una lezione anticipatoria su ciò che sarebbe diventato il cuore della riflessione di Welles anche in Quarto Potere: il rapporto tra verità, autorità e rappresentazione.
Dal punto di vista dell’impatto, il ritorno fu enorme perché quella finzione intercettò un contesto emotivo già saturo. L’America era ancora attraversata dalle ansie della Grande Depressione e avvertiva l’ombra imminente della Seconda Guerra Mondiale. La storia dei marziani non piombò nel vuoto: trovò un pubblico pronto a crederle, non per ingenuità, ma per bisogno di senso e di una narrazione capace di dare forma alle paure collettive.

Per questo l’episodio resta un riferimento imprescindibile nella storia dei media. È l’esempio più citato — e spesso semplificato — di come una finzione, se raccontata con i codici giusti, possa essere percepita come realtà. Non a caso viene spesso definita la “madre di tutte le fake news”, anche se, a ben guardare, non fu una fake news: fu un esperimento riuscito sul potere della forma.
Quando il mezzo basta a rendere vero un contenuto
Il punto non è l’invasione aliena. Il punto è che, quella sera, quasi nessuno mise in discussione la legittimità della fonte. La radio parlava come parlano le radio quando dicono la verità: con urgenza controllata, con competenza apparente, con quella grammatica dell’autorevolezza che non chiede verifiche. Forma, ritmo, timbro: bastavano quelli. Il medium, per dirla con McLuhan, non si limitava a trasmettere il messaggio ma lo certificava.
Oggi la scena è cambiata radicalmente, ma il meccanismo resta sorprendentemente simile. Abbiamo smesso di fidarci dei media in quanto tali e abbiamo iniziato a diffidarne in blocco. Così, quando Emmanuel Macron propone di distinguere tra informazione professionale e produzione di contenuti opportunistica, il dibattito non entra nel merito: deraglia immediatamente. “Controllo dei media”, “Ministero della Verità”, “Pravda”.
Parole recenti un po’ da tutte le parti, dense ed evocative, perfette per incendiare il racconto, mentre basterebbe documentarsi un minimo per capire il contesto e il senso della sua (per nulla nuova) proposta.
Il caso Macron e la paura di essere governati dall’informazione
Il 19 novembre 2025 Macron interviene durante un incontro pubblico con i lettori di un quotidiano regionale, parlando di disinformazione online e della necessità di distinguere i siti giornalistici professionali da reti e piattaforme che monetizzano traffico senza responsabilità editoriale. In quell’occasione introduce l’idea di una certificazione di affidabilità assegnata dai professionisti dell’informazione, non dallo Stato, basata su criteri etici e processi redazionali.

Nei giorni successivi, alcune testate e commentatori trasformano la proposta in un presunto tentativo di controllo statale dell’informazione. Il frame si impone rapidamente: “media buoni e cattivi”, “verità ufficiale”, “deriva autoritaria”. La reazione politica è immediata, le petizioni si moltiplicano, il lessico si radicalizza.
Eppure, il modello evocato da Macron esiste già, come la Journalism Trust Initiative promossa da Reporters Without Borders: nulla che giudichi i contenuti, tutto che riguardi il modo in cui l’informazione viene prodotta.
Il paradosso è evidente: nel 1938 bastava una voce credibile per far credere a un’invasione. Nel 2025, basta una parola estrapolata per gridare all’autocrazia. In mezzo, non c’è un progresso lineare. C’è un ecosistema informativo che ha perso riferimenti condivisi e reagisce per riflessi, non per analisi.
Non chi controlla, ma chi risponde
La domanda giusta, allora, non è “chi controlla i media?”, ma “chi risponde di ciò che viene chiamato informazione?”. Le redazioni dovrebbero rispondere giuridicamente, deontologicamente, culturalmente. Molti creatori di contenuti no. Mettere sullo stesso piano questi due mondi non è libertà: è confusione.

Orson Welles non fu censurato, e fu compreso a posteriori.
E quella comprensione ci insegnò qualcosa sul potere dei media.
Oggi rischiamo di fare l’opposto: gridare al controllo senza voler capire il problema.
Che non è censura, è assenza di responsabilità.
Parola di Eufemia.











