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Dopo secoli passati a essere bruciate, scacciate, o al massimo ridotte a maschere di Halloween, le streghe stanno finalmente ottenendo ciò che meritano: una mostra in grande stile. E no, non stiamo parlando di Hermione Granger o Sabrina, ma di una vera sacerdotessa del surrealismo, Leonora Carrington.
A quanto pare, la magia adesso è cosa seria. Anche per le istituzioni.
Dal 20 settembre 2025 al 26 gennaio 2026, Palazzo Reale di Milano ospiterà la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Leonora Carrington, artista britannica naturalizzata messicana, amica e musa di Max Ernst, ma soprattutto creatura autonoma, scomoda e irresistibile. La mostra, dal titolo “Leonora Carrington. Magica e ribelle”, riunisce oltre 60 opere tra dipinti, disegni, sculture, arazzi e documenti d’archivio, con prestiti da collezioni internazionali che rendono l’allestimento un evento davvero senza precedenti in Italia.
Quando il surrealismo diventa un rito alchemico
Il percorso espositivo, curato da Giulia Ingarao e promosso da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Skira, segue una narrazione poetica, onirica, profondamente politica. Carrington non fu semplicemente “la compagna di”, come la critica maschilista ha voluto per troppo tempo. Fu un’interprete potente e spiazzante del subconscio femminile, delle mitologie ancestrali, delle creature ibride. Il suo linguaggio visivo mescola elementi alchemici, religiosi, fantastici, ma sempre con un’ironia che scardina le categorie.
Questa non è solo una mostra, ma una seduta spiritica collettiva, dove si evocano tutte le “altre” della Storia: le folli, le eretiche, le intellettuali. Un invito a immergersi nel mondo onirico e liberatorio di un’artista che ha fatto della trasformazione la sua cifra stilistica e della ribellione un atto estetico.

Paralleli inattesi: Carrington e Remedios Varo
Nel 2019 il Museo di Arte Moderna di Città del Messico ha dedicato una grande mostra a Remedios Varo, amica e collega di Carrington, anch’essa surrealista, anch’essa esule in Messico. Il confronto è suggestivo: entrambe hanno usato il sogno come linguaggio di emancipazione, creando universi simbolici in cui le donne non erano oggetto, ma soggetto. Eppure Carrington possiede un’ironia più ruvida, quasi britannica, e una propensione narrativa più caotica, più selvaggia. Portare oggi questa sua voce a Milano significa aprire un varco nelle categorie stantie della storia dell’arte occidentale.
Leonora Carrington non dipingeva sogni: li abitava. E oggi, con questa mostra, ci invita ad abitarli con lei, a riscrivere le narrazioni dominanti, a prendere sul serio l’immaginazione. Perché nel mondo dell’arte – come in quello della comunicazione – a volte la via più efficace per la verità è proprio l’invenzione.
Parola di Eufemia.











