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C’è chi dice che l’arte astratta sia un lusso per menti distratte. Ma proviamo a guardarla (o meglio, a sentirla) come faceva Vasily Kandinsky: una sinfonia di forme, dove “l’impatto dell’angolo acuto di un triangolo contro un cerchio” può avere la stessa potenza del tocco di Dio sulla mano di Adamo.
Questa è l’energia che il MA*GA di Gallarate porterà in scena dal 30 novembre 2025 al 12 aprile 2026, con la grande mostra “Kandinsky e l’Italia”, parte dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026.
Un evento che non è solo un tributo, ma un dialogo a più voci tra maestro e discepoli, tra Russia, Germania e Italia, tra teoria e visione, tra rigore e libertà.
Dalle aule del Bauhaus ai cieli di Gallarate
Le lezioni di Kandinsky al Bauhaus negli anni Venti e Trenta non furono solo momenti di didattica, ma scintille di una rivoluzione visiva. Da lì partì un linguaggio nuovo, capace di trasformare linee e colori in esperienze spirituali.
Il MA*GA, in collaborazione con la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, ne ricostruisce il percorso con 130 opere: dai capolavori di Klee, Arp, Calder, Mirò, Tàpies fino ai giganti italiani dell’astratto come Fontana, Licini, Melotti, Prampolini, Vedova, Accardi, Dorazio, Matta.
Una narrazione che attraversa decenni, intrecciando la forza delle avanguardie internazionali con l’evoluzione del linguaggio artistico italiano, dal primo astrattismo alle ricerche più liriche e costruttive del dopoguerra.
Quando l’Italia scoprì l’astratto
Era il 1934 quando la Galleria del Milione di Milano ospitò per la prima volta le opere di Kandinsky. In un Paese ancora immerso nella figurazione, quell’incontro fu una scossa: l’arte poteva rinunciare alla rappresentazione, ma non all’emozione.
Da lì si aprirono i decenni delle sperimentazioni: Arte astratta e concreta (Milano, 1947), Arte astratta in Italia (Roma, 1948), fino ai movimenti Forma, Origine e MAC, dove artisti come Accardi, Dorazio, Munari, Burri e Capogrossi riscrissero il vocabolario visivo della modernità.
Oggi, il MA*GA riporta tutto questo in un’unica partitura visiva: un secolo di forme che si rincorrono, si contraddicono e si fondono.

Due musei, un’unica visione
“Kandinsky e l’Italia rappresenta un’importante opportunità di collaborazione tra due musei dedicati all’arte contemporanea”, spiega Emma Zanella, direttrice del MA*GA e co-curatrice insieme a Elisabetta Barisoni.
E Barisoni aggiunge: “È un’occasione per riflettere sul portato rivoluzionario delle avanguardie storiche, e su quanto ancora oggi Kandinsky e i suoi sodali sappiano parlarci di libertà, intuizione, coraggio formale.”
La mostra non si limita dunque a esporre: invita a vedere come l’arte possa ancora interrogare il presente, spingendo lo sguardo oltre il figurativo e, forse, oltre il prevedibile.
“Kandinsky e l’Italia” non è solo una mostra: è una lezione di percezione. Un invito a disimparare la realtà per poterla riscoprire, a guardare senza cercare, ad ascoltare il colore e a sentire la forma. Perché l’arte, come la pubblicità, quando è autentica, non si limita a farsi vedere — ti cambia lo sguardo.
Parola di Eufemia.











