di GIOVANNI CERUTTI
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Nei giorni scorsi, siamo stati invitati all’inaugurazione di una mostra in onore – ahi noi – di un artista che da qualche anno ormai non potremo più goderci di persona.
Una di quelle persone capaci di rendere universalmente disponibile – e trasversalmente apprezzabile – la bellezza della propria porzione di mondo. Un autore che, grazie alla sana ossessione per le fasi preparatorie di ciascuna delle sue opere, ha comunicato sé stesso e il suo mestiere in maniera totalizzante.
Ci andremo, senz’altro.
Attenzione…
Quel frankenstein che pensavamo fosse la locandina condivisa, non era affatto un frankenstein. Non era una bozza acerba, non era un materiale ancora confinato nel suo spazio naturale.
Era quel coso e, cosa ben peggiore, era già in giro per il pianeta a fare danni.
Danni anche solo alla reputazione dell’artista, se non addirittura inducendo a dubitare del suo talento.
Fermiamoci un attimo.
Chiamiamo le cose con il loro nome.

Che cos’è un frankenstein
Nel nostro mestiere – quello della comunicazione – un frankenstein (minuscolo, per sostantivazione) è l’assemblaggio preliminare di materiali eterogenei: testi, immagini, riferimenti, intuizioni non ancora stabilizzate, pensato per orientare lo sviluppo di un processo creativo, non per rappresentarne l’esito.
Se fosse edilizia, sarebbe un edificio fatto con i mattoncini Lego o, avessimo la pazienza dei santi, con degli stuzzicadenti. In ogni caso, servirebbe al committente per visualizzare la forma largo circa del manufatto che abbiamo in mente, ma niente di più.
Il frankenstein nasce – e serve – come strumento di lavoro interno. È funzionale alla discussione, alla verifica, all’allineamento. Serve a segnare una direzione, a far reagire il pensiero, a rendere possibile – solo in un secondo momento – la costruzione di un messaggio finalmente degno di essere reso pubblico.
Per queste ragioni, un frankenstein non dovrebbe mai uscire dal laboratorio, proprio mai.
E, di conseguenza, mai una bozza grezza di comunicazione dovrebbe essere rilasciata, nemmeno verso focus group, panel ristretti o ricerche di mercato apparentemente innocue. Perché un embrione che nasce per pensare non ha ancora la forma che verrà poi giudicata.
Eppure, accade.
Accade quando la fretta viene scambiata per efficienza e l’urgenza per strategia.
La bulimia comunicativa
Il frankenstein, in particolare, scappa a chi è afflitto da quella che chiameremo, senza indulgenze, bulimia comunicativa: la compulsione a dire, mostrare, pubblicare prima ancora di aver chiarito cosa si stia davvero dicendo, a difesa o sostegno di non si sa bene quale logica.
Disagio che porta a sbattere in faccia al proprio pubblico un “lavoro schifoso” immediatamente seguito da formule assolutorie analoghe al “potrebbe essere peggio” o “potrebbe piovere”, volendo dirla alla Mel Brooks.
Con lui facevano ridere.
Perché era parodia dichiarata.
Qui, invece, è solo deresponsabilizzazione.
Anzi: auto-deresponsabilizzazione da parte di chi dà il via libera.
E, a valle del frankenstein che circola liberamente, si sente dire: “ma sì, chissenefrega, chi vuoi che se ne accorga”.
Attenzione: se ne accorgono, se ne accorgono tutti.

La responsabilità
Ed è qui che si innesta una responsabilità che non può più essere diluita, né tantomeno trascurata, che riguarda chi comunica per mestiere ma anche chi approva, decide, pretende.
Un frankenstein non può essere diffuso verso clienti, stakeholder o interlocutori che fanno tutt’altro nella vita. Non perché manchino di sensibilità o di intelligenza, ma perché non hanno alcun dovere di riconoscere un frankenstein per ciò che è.
Ai loro occhi – legittimamente – ciò che vedono è già comunicazione, ciò che gli arriva è già un messaggio, è un servizio, un prodotto (o nel caso di specie, un evento) che parla all’universo di riferimento.
E se nella vita è legittimo fare altro, come è legittimo non saper comunicare, non è legittimo pensare che la comunicazione sia un mestiere secondario ed è profondamente sbagliato decidere come (e cosa) comunicare ignorando chi lo fa di mestiere.
Perché comunicare è mestiere complesso, non basta il dono della parola.
Se ciò che viene mostrato è brutto, confuso e approssimativo – come Frankenstein per definizione è – non apre all’immaginazione ma respinge, non invita a guardare avanti e disorienta, scatena una sola reazione, spesso muta: “ma cosa diavolo sto guardando?”
Non è colpa loro.
È nostra.
Chiudi bene la porta
Nostra è la responsabilità di tenere ben chiusa la porta del laboratorio.
Nostro è il compito di trattenere ciò che serve a pensare e consegnare solo ciò che è pronto a essere compreso. Confondere questi due piani significa delegare al destinatario il distinguere il processo dall’esito – un compito che non gli compete.
Ed è qui che vale dirlo senza giri di parole: la comunicazione fallisce quando viene zittito chi dovrebbe comunicare e chi dovrebbe ascoltare prende il comando.
E quando questo accade, non siamo di fronte a un incidente.
Siamo di fronte a una rinuncia professionale.

Nessuno protesta?
Il problema, non è che qualcuno se ne accorga, perché se ne accorgono tutti, dicevamo.
Il problema è il silenzio, il silenzio di chi è stato azzittito e quello dell’audience tutta.
Sui motivi di quei silenzi supini – così lontani da qualunque forma di utile assertività – qualcuno dovrebbe iniziare a porsi domande serie. Perché non sono silenzi distratti. Sono silenzi educati, professionali, controllati. Silenzi che non equivalgono a consenso, ma a memoria in formazione. Silenzi che, di fatto, esprimono disistima e manifestazioni di disinteresse.
È qui che si consuma l’equivoco più grave: scambiare l’assenza di reazione per assenza di giudizio.
A differenza dei feed, la comunicazione non dimentica.
Sedimenta. E il boomerang – fidati – colpirà nel momento esatto in cui sarà più doloroso: quando avrai scordato il pressapochismo di quel tuo maledettissimo messaggio e ormai avrai abbassato le difese.
Gli stakeholder assisteranno, tendenzialmente in silenzio.
I concorrenti osserveranno con interesse, e reagiranno.
Gli amici più pazienti, ancora una volta, scuoteranno la testa.
Per questo, entrando nel 2026, frena la bulimia, concediti il tempo per riflettere su ciò che diffondi, tenendo d’occhio il calendario, giocando d’anticipo.
Soprattutto, esponiti un minimo come fa chi sa davvero comunicare; e se il pensiero non è ancora maturo, e la forma tanto meno, evita di aumentare il numero di frankenstein che ci sono in circolazione.
Non dire “si può fare”.
Perché non si può fare.
Buon 2026 da Eufemia.
Mary Shelley – Frankenstein, o il moderno Prometeo
Un classico che parla di creazione, responsabilità e conseguenze. Non di mostri. Di creatori.











