In 7 secondi
Il personal branding parla di immagine: di come vuoi apparire e di come vuoi arrivare agli altri. Il personal paging, o personal landing, parla invece della tua esistenza: cosa vuoi dire esattamente quando qualcuno ti trova.
di GIOVANNI CERUTTI
I fondamentali del personal branding, piccolo ripasso, sono tre: avere qualcosa di meritevole di essere letto da diffondere, un luogo ordinato dove archiviare quei contenuti e aggiornarli con una periodicità ragionevole, a non diventar grafomani, ma restando interessanti.
Perfetto, fino a qui tutto chiarissimo: non è solo percezione, è impatto.
Nell’era delle AI Overview e dei motori semantici, si sa, non basta essere bravi: bisogna essere intercettabili, e per esserlo serve costruire un luogo coerente dove le informazioni su di noi insistano in modo chiaro, organizzato e leggibile anche dai sistemi.
Poi mi telefona una persona, alla quale capisco di essere stato consigliato da un’altra cliente, che mi fa notare che di Periskop ha capito quasi tutto, ma di me, inteso come Giovanni Cerutti professionista della comunicazione, del marketing e della pubblicità, non ha capito un gran ché.
La proverbiale caduta dell’asino: male-male.
“Ho fatto un po’ fatica a capire cosa fa lei di mestiere”, mi dice letteralmente. E non ho potuto che risponderle: “Ha ragione, mi ci devo mettere”. Perché il vecchio adagio del ciabattino con le scarpe rotte è fra le scuse più becere che si possano addurre — mi fa girare le balle, perdonerete il gergale — e io non mi ci rifugio mai.

E quindi, invito lei per un pranzo, per presentarci vicendevolmente e per bene, mentre per il resto dell’umanità rompo gli indugi e decido di creare la mia personal professional page.
Che, attenzione, è qualcosa di molto diverso da LinkedIn, perché è solo mia.
L’indomani raduno i miei e alla fine decidiamo di sfidarci: da una parte me stesso e i tre principali motori LLM — esattamente per la logica che ho già raccontato — dall’altra le menti brillanti dei miei umanissimi collaboratori, che a qualcosa di AI si appoggeranno pure.
Si parte con la condivisione del brief, identico per entrambe le squadre. E se è vero che faccio parte di una di esse, non è detto che essere troppo vicino alle cose aiuti a vederle bene, come predico spesso.
Finito il briefing, qualcuno mette mano alla penna, altri ai tasti, e si avvia il cantiere.
Personalmente, mi avvalgo dei motori LLM (a pagamento) per aiutarmi nella selezione delle “best pages for professional”, internazionali per respiro, italiane per competizione, mantenendo ben aperto Google in modalità search & SERP, e avvio la ricognizione.
Il lavoro è lungo e faticoso e genera parecchia confusione, analogamente a quello che capita cercando su Pinterest le scarpe che hai visto addosso a quella tua collega quella sera, o quella moto simil-vintage che in realtà è una custom ma non si capisce se Triumph, Honda, Yamaha o chissà che. Nel frattempo, ti esce Temu con le sue boiate.

Mi scoccio quindi praticamente subito. Mollo la tastiera e torno alla mia cara e vecchia piccola biblioteca che, a differenza dei social wall, non mi distrae ma mi guida. Mi aiuta a ripassare concetti granitici, stimola come al solito riflessioni nuove e mi esorta a ripartire dal foglio bianco.
Sì: lascio che gli LLM sonnecchino. Apro Word, di default, ma prima di scrivere interpello alcune delle persone a me più fedeli, quelle che so essere più realiste del re, chiedendo loro qualcosa al limite del banale: “Che lavoro faccio?”.
Una domanda che potrebbe sembrare semplice, un po’ come quella provocatoria che pongo a tutti i clienti al primo incontro: “Volete portare avanti l’impresa o volete venderla?”. Quel tipo di domande che, più di mille altre, generano risposte che, eh già, cambiano tutto.
Raduno le risposte che mi riguardano, ne aggiungo di mie, ripasso materiali, campagne, lavori. Interrogo anche gli LLM. E poi realizzo che, vigliacco se a uno di quei tre sia venuto in mente, avevo dimenticato la domanda fondamentale.

“Ha senso che io rimanga sottotraccia, visto che il mio mestiere è comunicare?
Il 90% mi risponde no e “Non ha alcun senso che tu ti condanni da solo all’oblio”, dice il mio grillo parlante.
E allora addosso. Avvio la ricerca di “Giovanni Cerutti” e la prima cosa che noto, truce o grottesca a seconda della tua sensibilità, è che fare la competitive analysis di sé stessi significa assistere a una competizione fra morti e viventi. Letteralmente.
Rabbrividisco, ma soprattutto ghigno.
Affido allora la disambiguazione agli LLM, per distinguere rapidamente chi dei miei omonimi sia vivo e chi provenga dagli obituary. Perché siano trapassati o viventi, entrano davvero in competizione fra loro, per la SERP s’intende. Al termine della competitive analysis mi trovo davanti a un elenco di più o meno celebri personalità ed emeriti sconosciuti. Non darò loro spazio, perché contribuirebbe a mantenermi sotto di loro — sempre nella SERP voglio dire — anche se qualcuno lo meriterebbe. Ma ci penseranno da soli, quelli ancora fra noi.
E poi, pur avendo un nome diffuso e un cognome non rarissimo, non mi chiamo Alessandro Manzoni. Capisco quindi che la missione di conquistare una posizione rilevante in senso SEO e GEO sia a portata.
Molto bene. So dove sono.
Ma la domanda ora è un’altra: come lo spiego al mare magnum?
La risposta, come quasi sempre, comincia dal linguaggio.
Ed è lì che si gioca tutto, vedrete nella prossima puntata.
Parola di Eufemia.
The Brand Called You – Tom Peters
Un classico sul personal branding prima che diventasse inflazionato.
Serve per capire quanto il concetto sia cambiato — e quanto oggi sia insufficiente.











