di GIOVANNI CERUTTI
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C’è un signore di 95 anni — al secolo Warren E. Buffett — che, prima di accomodarsi in poltrona per il meritato ritiro, ha deciso di investire 4,5 miliardi di dollari in Alphabet Inc., la cassaforte di Google.
Il risultato immediato?
Le azioni Google sono salite dell’1,6% subito dopo quella comunicazione dice Il Sole 24 Ore.
Buffett sceglie Google
La mossa sembra un ribaltamento della sua ortodossia: ce lo ricordiamo diffidente verso la tecnologia (troppo veloce, troppo incerta, troppo rumorosa), e invece Buffett sceglie proprio Google.
Perché? Perché Alphabet non è solo “tecnologia”: è pubblicità, infrastruttura, intelligenza artificiale, cloud, un fossato competitivo largo come un’autostrada. È uno di quei casi in cui il “già visibile” diventa inevitabile.
Il segnale è limpido: la liquidità record di Berkshire — oltre 300 miliardi — non è in letargo. È carburante, e viene usato quando serve davvero.

Il capolavoro di Buffett
Questa operazione arriva a pochi giorni da un altro gesto impeccabile: la sua lettera annuale agli azionisti, un testo che non andrebbe analizzato ma respirato. Un antidoto alle esagerazioni del mercato, un manuale di poche pagine per chi lavora nelle investor relations e una miniera di intelligenza pratica per chi nella vita comunica — che venda lampade, governi enti e imprese, o insegni, a qualunque livello.
Dacci retta, leggila integralmente.
Quella lettera è un passaggio di consegne di altissima scuola, un invito silenzioso ad accomodarsi nello studio privato di Mr. Buffett. Proprio quando gli investitori si aspettavano l’ennesima lezione di mercato, lui ha mostrato qualcosa di più raro: una lucidità che non fa rumore, ma segna un’epoca.
Leadership
È leadership nella sua forma più alta: farsi da parte con la stessa precisione con cui si è governato. Greg Abel non eredita una poltrona: eredita un metodo. Una successione chirurgica, senza fanfare, che ogni CEO dovrebbe studiare con attenzione.
Buffett lo fa alla sua maniera: consegna le chiavi, riafferma le sue radici — Omaha non come luogo, ma come heritage — e ricorda che l’amicizia, quando è vera, non indebolisce il lavoro. Lo purifica.
La sua ricchezza mastodontica resta al guinzaglio, governata da una moderazione quasi anacronistica, e proprio per questo preziosa.
Lealtà nero su bianco
Poi c’è tutto ciò che non serve a nulla e quindi serve a tutto: Lady Luck e Father Time, ringraziati come si ringraziano ospiti discreti che hanno fatto la differenza. È qui che Buffett mostra la sua grandiosa semplicità: riconosce che il merito è reale, ma insufficiente.
E su questa consapevolezza costruisce una visione che non è un testamento morale, ma una progettazione operativa del futuro: tre fiduciari “supplenti” scelti non per sangue, ma per saggezza. Una mossa che disinnesca conflitti e ribadisce che prevedere è un atto d’amore, non di controllo.

Pura determinazione
La sua voce cambia quando descrive certi CEO avidi — quelli che misurano sé stessi sull’altezza del compenso — e si fa paterna quando rassicura gli azionisti: il mercato cadrà, poi risalirà, non abbiate timori (di lungo periodo).
Il titolo Berkshire Hathaway poggia su un programma di loyalty fondato sul tempo, possiamo quindi dire, e su una frase che dovrebbe campeggiare negli atrii aziendali: “la donna delle pulizie è tanto umana quanto il Presidente del Consiglio di Amministrazione”.
E John Elkann?
E poi, certo, c’è John Elkann: nello stesso arco narrativo… è riuscito a spiegare ai piloti della scuderia Ferrari come si dovrebbe guidare una Formula 1. Un po’ come se Buffett, invece di parlare di moats e successioni, si fosse messo a insegnare a Google come funziona Internet.
È il paradosso del potere quando dimentica la gravità: più sali, più trascuri di poterti schiantare. Ma non funziona così e mentre Buffett costruisce eredità, Elkann costruisce eco: in una di quelle stanze dove senti solo la tua voce.

Ed è qui che Buffett torna profetico: “decidi cosa vorresti che dicesse il tuo necrologio, e vivi in modo da meritarlo” dice (anche) a John Elkann.
Parola di Eufemia.
“The Essays of Warren Buffett: Lessons for Corporate America” – Lawrence A. Cunningham
Un testo essenziale per chiunque voglia capire davvero la differenza tra amministrare e guidare, tra ereditare un ruolo e meritarselo.











