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Certe mostre non si visitano: si attraversano. Entrare nella ex Chiesa di San Marco, a Vercelli, per “Guttuso, De Pisis, Fontana… L’Espressionismo italiano” è come varcare una soglia temporale. Dal 1920 al 1945, trentaquattro opere tornano a parlare — con pennellate torbide, corpi dissonanti e sguardi fragili — di un’Italia in bilico tra potere e libertà.
Prodotta da Arthemisia e curata da Daniele Fenaroli, la mostra segna il primo appuntamento del progetto quinquennale promosso da Arca Arte Vercelli e dalla Fondazione Giuseppe Iannaccone: un dialogo tra memoria e presente, dove i maestri del Novecento incontrano la nuova generazione dell’arte italiana.
Gli anni che tremano ancora
Birolli, Guttuso, Fontana, Pirandello, Sassu, Vedova: nomi che hanno infranto la pittura del loro tempo per restituirci un’umanità ferita ma viva. Le loro tele, lontane dalla monumentalità fascista, preferivano le ombre agli inni, la solitudine ai simboli. Era la contro-narrazione silenziosa dell’Espressionismo italiano, che parlava con il colore della tensione e con la forma della resistenza.
In mostra, capolavori come “Nudo in piedi” di Fontana (1939) o “Il Caffeuccio Veneziano” di Vedova (1942) risuonano accanto a nuove presenze: quelle di Norberto Spina, artista milanese classe 1995, che introduce nel percorso la voce contemporanea di una generazione cresciuta dentro la memoria.

Norberto Spina: la storia come materia viva
Spina, ad esempio, affronta la memoria con la lucidità di chi non cerca redenzione, ma consapevolezza. Nei suoi ritratti di Edda Mussolini e Benito Albino Dassler, il potere non è condannato né celebrato: è osservato, sezionato, restituito come tensione iconica che attraversa il tempo.
Le sue opere, alcune provenienti dalla Royal Academy di Londra, altre create appositamente per l’occasione, dialogano con i maestri del secolo scorso senza imitarli: li interrogano. Così la “Battaglia dei tre cavalieri” di Sassu trova un riflesso moderno in “Presente” (2024) di Spina, dove una parola incisa su pietra — “Presente” — diventa un’eco che ci riguarda ancora.
L’arte come atto di riconoscimento
“Riprendere un’immagine del passato e farla rivivere non è nostalgia”, recita il testo curatoriale, “ma un atto consapevole di memoria collettiva”. In questo senso, la mostra non è solo un evento artistico ma un esercizio civile: ricorda che ogni linguaggio visivo, se interrogato, può riscrivere la Storia.
In un’epoca che tende a dimenticare per eccesso di stimoli, L’Espressionismo italiano a Vercelli diventa un’esperienza di rallentamento: un’occasione per fermarsi davanti alla forza muta delle immagini e chiedersi, ancora, da che parte stiamo guardando.
Parola di Eufemia.











