di GIOVANNI CERUTTI
No, il titolo di oggi non è una parabola evangelica anche se, a ben guardare, qualche somiglianza c’è.
Non perché ci siano pani, pesci o miracoli, ma perché questa storia parla di qualcosa che accade quando un gruppo di persone decide di non sotterrare il proprio talento e qualcuno offre loro l’occasione di metterlo alla prova.
E siccome tutto questo è accaduto all’Università Cattolica di Milano, possiamo concederci il lusso della metafora senza rischiare la scomunica.
Nelle ultime settimane su Eufemia sono comparsi quattro articoli firmati da studenti del Master in Digital Communication Specialist, appunto dell’Università Cattolica, diretto da Nicoletta Vittadini e Layla Pavone, e magistralmente condotto da Emmanuel Toussaint.

Noemi Boffi, Sara Quaranta, Paola Boselli Botturi, Elisa Bollina, Chiara Rita Baldini e Andrea Campi hanno raccontato le collaborazioni inattese tra brand.
Asia De Filippi, Sebastiano Bontempo, Daria Belloni, Laura Giuliani, Virginia Colombo, Gaia Zangari hanno riflettuto sul rapporto tra sport, lifestyle e territorio.
Gaia Casarini, Valeria Paolini, Serena Merico, Maria Grazia Alianiello, Anna Morelli e Marta Elena Belogi hanno indagato il ruolo dell’ironia nel design contemporaneo.
Giulia Costanzi Porrini, Francesco Cipriani, Andrea Carnevale, Greta Marcon, Roberta Olivero, Angela Sesto e Alessandra Vecchiato hanno affrontato una delle sfide più complesse della comunicazione: raccontare la sostenibilità senza semplificarla.
Articoli diversi, argomenti diversi con una caratteristica in comune: nessuno è stato scritto per superare un esame, tutti sono stati scritti per essere letti.
E questa differenza conta più di quanto sembri, perché una cosa è produrre un elaborato destinato a un docente e un’altra è pubblicare qualcosa che dovrà conquistarsi il tempo e l’attenzione di lettori che non incontrerai mai.
La sfida editoriale, però, era soltanto una parte del percorso.
Qualche settimana prima, venticinque studenti ancora per poco e professionisti non ancora del tutto, a un passo dall’entrare nel mondo del marketing e della comunicazione, erano stati chiamati a fare una cosa apparentemente semplice: fondare quattro agenzie temporanee, scegliere un caso reale sul quale misurarsi e sviluppare una proposta strategica capace di reggere il confronto con professionisti e aziende.
Detta così sembra un’esercitazione, in realtà è successo qualcosa di diverso, cioè per parecchio giorni hanno smesso di essere studenti.
BlendSix, gli stessi dell’articolo su Seletti e BIC, ha letto #RisoScotti come un caso di economia circolare applicata alla filiera produttiva e non come semplice prodotto alimentare.

Hive 6, dopo averci raccontato del Como Calcio, ha costruito per #Tempotest una riflessione sul passaggio da sostenibilità dichiarata a sostenibilità dimostrata, fondata su dati, tracciabilità e credibilità.

Sixth Sense, che ha descritto il lavoro di Francesca Ponti su queste pagine, ha affrontato il caso #ThemisWRT, ragionando sul passaggio da un modello lineare a uno rigenerativo e sulle sfide della comunicazione della sostenibilità industriale.

BAO Agency, espressasi su queste pagine su TheNewco, ha interpretato #FeudiDiSanGregorio non come una cantina da raccontare, ma come un ecosistema culturale capace di trasformare il vino in esperienza, territorio e relazione.

La cosa interessante, però, non è quale progetto abbia convinto* maggiormente la giuria, la cosa interessante è che, a un certo punto, nessuno stava più svolgendo un compito ma stava esercitando una professione.
E qui, probabilmente, si nasconde la lezione più utile dell’intera esperienza, che è stata una superlativa risposta a quando qualcuno dice: «Adesso prova tu.»
Già, tendiamo a immaginare la crescita professionale come un accumulo di conoscenze. Un corso dopo l’altro. Un libro dopo l’altro. Un attestato dopo l’altro.
Ma quasi nessuno ricorda il giorno in cui ha terminato una dispensa, molti ricordano perfettamente il giorno in cui qualcuno ha detto: «Adesso prova tu.»
Vero?
Perché è lì che avviene il passaggio, non quando impariamo qualcosa, quando siamo chiamati ad usare ciò che apbbiamo imparato.
La formazione migliore, associata al necessario training accademico – rassegnatevi studenti – assomiglia spesso a una simulazione controllata della realtà. Non perché riesca a riprodurre perfettamente il mondo professionale, ma perché costringe a confrontarsi con le sue stesse responsabilità.
E qui arriva la parte più interessante.
Molte organizzazioni dichiarano di cercare talenti, tante affermano di desiderare la crescita dei loro talenti, poche si industriano davvero per farli crescere, sti benedetti talenti
Ma il talento non è solo una risorsa da individuare. È una caratteristica che prende forma attraverso l’esercizio, la fiducia e l’esposizione progressiva alla realtà.
I professionisti che oggi ammiriamo non sono nati proprio tutti professionisti.
Qualcuno, a un certo punto, ha affidato loro un progetto, un cliente, una presentazione, una responsabilità leggermente più grande delle loro competenze del momento, e loro hanno scoperto di essere in grado di sostenerla con tutto se stessi.
Io, per esempio, ricordo esattamente l’ingresso nel mondo del professionismo: era il 1994, e so dire anche il mese e il giorno. Ma questa è un’altra e troppo lunga storia, ora.
Tornando a noi, forse è questo il motivo per cui la parabola dei talenti continua a essere attuale dopo duemila anni.
Non parla di ciò che possediamo: parla di ciò che decidiamo di fare con ciò che possediamo e se la buona notizia è che il talento esiste, la notizia migliore è che non è una dote da ammirare.
Il talento è una capacità da esercitare.
E ogni volta che qualcuno offre a una persona la possibilità di mettersi alla prova davvero, quel talento ha l’occasione di moltiplicarsi.
Proprio come raccontava quella famosa parabola.
Solo con molte più slide e decisamente meno sandali.
Parola di Eufemia.
* P.S. Volete sapere chi ha vinto? Industriatevi (o scriveteci)
Range — David Epstein
Un libro utile per capire perché i talenti non crescono solo per specializzazione precoce, ma attraverso esperienze diverse, contaminazioni, tentativi e responsabilità progressive.











